Una storia crudele – Natsuo Kirino

A volte, tornare a un libro caro è il modo migliore per ritrovare fiducia dopo letture che non hanno lasciato una traccia profonda.

Per me, questo libro è stato Una storia crudele di Natsuo Kirino: un’opera che già conoscevo, ma che rileggere oggi mi ha ricordato perché considero Kirino una delle autrici più spietate e lucide nel raccontare l’oscurità dell’animo umano. Dopo due libri che non mi avevano convinta, avevo bisogno di andare sul sicuro. E ho fatto centro.

Keiko Ubukata, che firma i suoi romanzi come Koumi Narumi, lascia dietro di sé un manoscritto — Una storia crudele — prima di sparire. In esso, racconta il rapimento che ha subito a dieci anni per mano di Kenji, un giovane uomo che la tiene prigioniera per più di un anno. Il romanzo alterna il testo di questo memoriale a lettere e testimonianze di chi l’ha conosciuta, componendo una verità frammentata, sospesa tra ricordo e invenzione.

Essere un corpo ancor prima di essere una persona: Il cuore pulsante e disturbante del libro, per me, è il modo in cui Keiko impara a percepirsi attraverso lo sguardo del suo rapitore: un oggetto sessuale, un corpo da possedere, prima ancora che una bambina da proteggere.

Kirino non indugia in compiacimenti, ma ne mostra la metamorfosi silenziosa: la bambina che, giorno dopo giorno, comincia a definire la propria esistenza in funzione del desiderio altrui. È un processo di annullamento e ridefinizione insieme, in cui l’atto di scrivere diventa, anni dopo, un disperato tentativo di reclamare la propria voce. Quello che colpisce è che, pur fuggendo fisicamente, Keiko non si libera mai davvero di quello sguardo. È come se Kenji le avesse insegnato a guardarsi con gli stessi occhi che l’hanno imprigionata.

Ogni dettaglio — la stanza maleodorante, il rumore dell’acciaieria, i gesti meccanici di Kenji — va a costituire una tessera di un mosaico claustrofobico.

Lo stile è secco, privo di fronzoli, e proprio per questo più violento: non ci sono filtri, non c’è attenuazione. La brutalità e la tenerezza, quando emergono, convivono senza mai annullarsi, aumentando il senso di inquietudine.

Questo romanzo non cerca di rassicurare. Ti costringe a guardare la dinamica predatore–preda non solo come un episodio di violenza, ma come una relazione di potere che può lasciare cicatrici invisibili per tutta la vita. E nel farlo, mette in crisi la nostra posizione di lettori: fino a che punto osserviamo con empatia? E quando diventiamo, senza accorgercene, complici voyeuristici di quella stessa dinamica?

In sintesi: Rileggere Una storia crudele è stato come riaprire una ferita che non si rimargina, ma che resta necessaria per ricordare chi è Natsuo Kirino: una narratrice capace di farti stare scomodo e di obbligarti a guardare. È uno dei suoi lavori più completi e disturbanti, e per me una conferma assoluta del suo talento.

Lo consiglio a chi non teme di affrontare storie dure, a chi cerca una scrittura che non edulcora e che, anzi, costringe a guardare negli angoli più bui delle relazioni umane. È un libro per lettori che vogliono essere sfidati, non consolati; per chi sa apprezzare un romanzo capace di lasciare addosso un’inquietudine fertile, che continua a lavorare dentro molto dopo l’ultima pagina, lasciandoci sospesi tra il voyeurismo e la rettitudine.

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