I sette killer dello Shinkansen – Isaka Kotaro

Non so se thriller sia la definizione più appropriata per questo romanzo di Kotaro Isaka, sicuramente la suspense e l’adrenalina non mancano.

Lo definirei piuttosto divertente ed intelligente, ben studiato e con i colpi di scena al momento giusto!

Un gruppo di killer (che non si conoscono tra loro) si trova a a viaggiare sul medesimo treno ad alta velocità, ciascuno con una missione diversa, chi per lavoro chi per motivi personali; ma va da se che per ragioni di sceneggiatura si troveranno presto a doversi relazionare.

I personaggi sono ben caratterizzati, tuttavia a volte paiono poco credibili e leggermente forzati

La scrittura è scorrevole e si presta sicuramente bene come sceneggiatura di un film (pare infatti che uscirà questa primavera il film nelle sale, il cui protagonista sarà Brad Pitt, ma avendo cambiato tutti i nomi non mi è chiaro quale ruolo interpreterà dato che non c’è un personaggio predominante).

Un racconto che intrattiene e diverte senza avere la pretesa di destare chissà quali riflessioni, ma indubbiamente ci ritroveremo a parteggiare per l’uno o per l’altro tra i vari malviventi presenti sul treno.

La mia simpatia tra tutti se l’è guadagnata Mikan, sin dalle prime pagine, mentre ho mal tollerato Ouji, forse perché tra tutti mi è parso il meno credibile sebbene non manchi a tratti di fascino.

Mi rimane qualche perplessità riguardo sia il titolo dell’edizione italiana sia quello che è stato scelto per il film (i cinque killer dello Shinkansen), personalmente avrei tolto numeri per evitare errori e confusione se proprio si voleva rimarcare l’attenzione con “i Killer dello Shinkansen”.

Il titolo originale è Maria Batoru (dove Batoru è la traslitterizzazione di Beetle, una delle possibili traduzioni della coccinella), Coccinella è anche uno dei nostri assassini presenti sul treno, quello più sfortunato e per il quale la legge di Murphy è una regola che non ammette eccezioni. Maria è la donna all’altro capo del telefono con il quale proprio Coccinella interagisce. Sette i puntini sul dorso della coccinella come 7 i dolori di Maria…. coincidenze? Siete curiosi? Considerate che questa è una spiegazione che sono voluta darmi per comprendere l’adattamento del titolo ed alcuni fatti che si svolgono nel libro.

In definitiva non mi sento di consigliare o sconsigliare questo libro, se siete amanti dei romanzi nipponici e come me vi ritrovate a divorare quasi tutto quello che viene tradotto da noi, sicuramente passerete delle ore piacevoli leggendolo.

Se invece cercate un thriller più strutturato oppure avete una pila di libri in attesa, direi che questo può tranquillamente attendere le prossime vacanze.

Personalmente mi è piaciuto e mi ha intrattenuto, ma ripeto, l’ho vissuto come un intermezzo leggero all’interno di una serie di libri molto diversi e in un momento in cui tempo libero ne ho avuto in abbondanza (le vacanze estive).

Dettagli

Autore:Kotaro Isaka

Traduttore:Bruno Forzan

Editore:Einaudi

Collana:Einaudi. Stile libero big

La Fabbrica – Oyamada Hiroko

Prima lettura di queste vacanze estive, non conoscevo l’autrice prima di questo romanzo e ne sono rimasta piacevolmente colpita.

Me la sento di suggerirlo non solo a chi si appresta a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, ma anche a tutta quella fascia di mezzo troppo “adulta” per talune posizioni o troppo inesperta per altre, a tutti coloro i cui genitori hanno ripetuto per anni “se ti prendono lì sei a posto per la vita”.

A tutti coloro che hanno scoperto le agenzie interinali al loro sbocciare e ne sono rimasti incastrati ancora oggi dopo 20 anni.

Che cosa vuol dire essere un precario?

Quante volte ci siamo sentiti solo un piccolo ingranaggio senza nome all’interno di un processo più vasto? E se questo processo del quale non vediamo né confini né fine non ci mostrasse nemmeno il suo obiettivo produttivo?

Una ragazza dalle 9 del mattino alle 17,30 distrugge documenti avvalendosi di una macchina trita fogli. E’ facile, non serve pensare, non occorre preparazione, indossa il grembiule e infila i fogli, quando terminano ne arriveranno degli altri. “Si prega di non dire a nessuno a quale reparto è stata affidata ed in cosa consiste esattamente la sua mansione, contiamo sulla sua professionalità”.

Un ragazzo viene assunto come correttore di bozze, chiuso nel suo quadrato senza contatto con il resto dei colleghi, la sua penna rossa per le annotazioni, le ore si susseguono l’una dopo l’altra senza comprendere il senso di quello che passa sulla sua scrivania, le bozze talvolta si ripetono, altre sono già state corrette; “fallo con attenzione ma se sbagli qualcosa non è poi così grave, comunque firmali dopo la revisione”.

Un ricercatore viene improvvisamente allontanato dall’università presso la quale opera per essere assunto nella tanto agognata fabbrica, dove ha un dipartimento solo per lui, senza colleghi, senza superiori, senza indicazioni “sappiamo che ci può volere del tempo, ma contiamo su di lei e siamo certi che sia la persona adatta, non si preoccupi, non le corre dietro nessuno, potrebbero servire anni”. Si, ma cosa devo fare?

La Fabbrica è enorme, una città con un fiume, parchi, giardini, vegetazione e fauna a se, un ponte dal quale non si scorgono l’inizio e la fine dello stesso. Uccelli neri più grandi dei corvi che non volano, lucertole che abitano le lavanderie e nutrie onnivore dalle dimensioni di esseri umani.

La morte delle ambizioni in favore di una tranquillità che cancella il pensiero e l’arbitrio mentre si strizza l’occhiolino a Kafka senza rivelarvi segreti tra le righe.

Talvolta un presagio ci sfiora, c’è un mistero da svelare, oppure no? Dobbiamo semplicemente accettare come verità quello che di pagina in pagina viene raccontato dai tre protagonisti?

La lettura è scorrevole, i personaggi umani e credibili, personalmente l’ho apprezzato e letto volentieri, spero vivamente che traducano presto altro di Oyamada che con questo testo ha vinto il prestigioso premio Shinzo per i nuovi scrittori.

SBN: 978-88-545-2217-6

Collana: Bloom

Pagine: 208

Tradotto da: Gianluca Coci

Prezzo: €18,00

Il Paese dei Suicidi – Yu Miri

img_7194

Il Paese dei Suicidi – Yu Miri

Questa volta sarei onestamente curiosa di conoscere altre opinioni in merito. Mi sono avvicinata a questo romanzo carica di aspettative, conosco abbastanza bene alcune dinamiche nipponiche riguardo alle costrizioni sociali e le difficoltà che ci si trova a dover affrontare sin dalla più tenera età, l’impegno costante richiesto negli studi e la necessità di sentirsi parte di un gruppo.  Pertanto speravo in un libro che approfondisse o che quantomeno mi raccontasse una bella storia.

E’ scritto bene, una lettura scorrevole, in poche ore si arriva alla fine ma personalmente la parte che ho maggiormente apprezzato è stata la postfazione di Laura Solimando, una bellissima panoramica che va ad approfondire proprio le tematiche di cui sopra, spiegandoci le pressioni a cui si è sottoposti sin da giovanissimi ed il contesto urbano e sociale in cui esse vengono sviluppate.

Il racconto ci parla invece di una ragazza liceale che frequenta un sito destinato ad incontri per suicidarsi, possibilmente in compagnia. Mone vista da fuori è  una ragazza come tante, frequenta una scuola ed ha un gruppo di amiche con cui va al karaoke e a fare shopping, cura il suo aspetto, si trucca, ha una manicure curata, vive in una casa accogliente con la sua famiglia formata dai genitori ed il fratellino minore di 10 anni.

Cosa non va? Mone non vuole morire, ma non ha voglia di vivere e perpetuare ogni giorno della sua esistenza azioni che non le appartengono.

Le amiche che frequenta non le piacciono, ma SI DEVE essere parte di un gruppo per non essere emarginati.

La famiglia non le fa mancare nulla, eppure i genitori sono alle soglie del divorzio, non ci saranno probabilmente molte discussioni sull’affidamento dei ragazzi perché la madre ha già deciso di trasferirsi altrove col figlio minore, capace negli studi e in grado di soddisfare le aspettative della madre.

Il padre pare in qualche modo cercare un avvicinamento con la protagonista nelle rare occasioni in cui è a casa, ma tale obiettivo pare impossibile ora che ha perso totalmente la stima e la considerazione di Mone, la quale ha appreso dal fratellino sia la notizia del divorzio, che quella che il capofamiglia ha una giovane amante da circa una decina di anni.

Mone non vuole vivere.

Si reca quindi ad un appuntamento e qui devo interrompere la mia recensione onde evitare di spoilerare dettagli.

Mi è piaciuto questo racconto? Non molto.

O meglio: trovo che lo stile narrativo sia molto scorrevole ma che non vada mai davvero in profondità. Se le descrizioni degli annunci ferroviari non fossero state così ridondanti avremmo tolto una decina di pagine alla lettura, ma immagino sia un effetto voluto. Sicuramente amplifica il concetto di quanto in realtà sentiamo ogni giorno, che poi lo si ascolti o meno è un altro discorso.

Nonostante non abbia chiuso il libro pensando “fantastico!” mi sento comunque di consigliarne la lettura, è breve e non vi porterà via più di un paio di serate o un pomeriggio, ma vi farà vivere questi due giorni con la protagonista, istante per istante, girovagando tra Shibuya, Shinagawa ed altri posti affollati. Viaggerete in treno con lei e cercherete di capire a cosa stia pensando davvero, vi chiederete se arriverà fino in fondo alla sua decisione oppure se in realtà nessuna decisione è stata presa. Se siete interessati ai contesti sociali, questa lettura può sicuramente offrire degli spunti interessanti.

E poi…cosa penserete di lei? Sentirete empatia? Vi starà simpatica? La troverete irresponsabile o leggera?

Ribadisco infine che la postfazione merita comunque il costo del testo!

Disponibile su Amazon con anteprima di lettura gratuita.

 

 

 

Non sono multitasking.

img_6676
Non riesco a tenere la musica di sottofondo, non ne sono mai stata capace.

Sin da ragazzina, quando i miei compagni di scuola mi dicevano di studiare con la radio o una cassetta nel mangianastri. Non che non ci abbia provato, ma immancabilmente finisco col focalizzarmi su uno degli strumenti captati dalle mie orecchie (nel 99% dei casi sulla voce).La Voce è sempre stata lo strumento che maggiormente fa vibrare le corde della mia anima, indipendentemente dal genere musicale. Ho sempre seguito pochi artisti anche per questo, se la voce non mi crea emozioni dopo un paio di brani mi annoio.


Andare a ballare in discoteche con musica new wave o rock mi è sempre piaciuto ma nel momento in cui partiva un brano particolare mi ritrovavo puntualmente a cantare e ballare da sola.


Non posso leggere se ascolto quello che mi piace, non posso concentrarmi sul lavoro, su un pacco da fare; mi capita di scendere alla fermata sbagliata dell’autobus o di non salirci se mi passa davanti.Se sono in giro a piedi  faccio attenzione ai semafori per puro spirito di sopravvivenza ma non mi rendo conto di essere arrivata. Una volta una bambina mi ha investita col suo monopattino.Posso cucinare qualcosa di semplice che so fare in automatico, ma non sono in grado di seguire una ricetta nuova o complessa.

Non sono multitasking.


Ieri per esempio mentre tornavamo da una gita in auto è partita una playlist dei Kαin e ho salutato il navigatore, la mia testa è tornata a quando ho ascoltato quel brano per la prima volta dal vivo, alla gestualità tipica durante quei concerti, a cantare e gli occhi inumiditi hanno faticato a trattenere un pianto che in quel momento era di pura nostalgia, accompagnato dall’incertezza del non sapere quando sarò nuovamente in grado di vivere un’esperienza del genere.

Capita anche a voi?

Cosa c’entrano queste parole con Tokyo? 

A Tokyo finisco con il dormire veramente poco, sopratutto i primi giorni quando sono ancora sopraffatta dall’adrenalina, una sera, saranno state le 23, mi sono infilata gli auricolari e sono uscita di casa. Ho percorso la deserta stradina di Shin-Okubo dove alloggiavo in quel periodo, ho poco senso dell’orientamento per cui faccio sempre le stesse strade per non perdermi. Eppure rimebro perfettamente “quella” sera in particolare ed i dettagli.  Mentre ascoltavo la musica osservavo distrattamente le vending machine di bibite ho controllato di avere in borsa sigarette, accendino e posacenere portatile, alla fine della stradina c’era un negozio di fiori chiuso ma sulla strada principale era quasi tutto aperto, ho sorriso al poliziotto ed ho attraversato la strada per raggiungere l’altro lato della strada ed entrare al seven per comprarmi una birra fresca ed un accendino. Di fianco alla stazione JR di Shin Okubo c’era una grande smoking area, non ho percepito il rumore della lattina che stappavo e il click d’accensione dell’accendino, ho tolto un auricolare e l’ho riacceso due volte. Durane quella singola sigaretta ho visto passare due treni sopra di me, poi mi sono incamminata per la strada che conduce a Shinjuku est.

E’ la strada che costeggia la ferrovia, passano pochissime auto, c’è una piccola corsia destinata ai pedoni ed un paio di ristoranti coreani. Mi piace fare quella strada, è tranquilla e so esattamente dove sbuca, so anche che le altre parallele portano più o meno nello stesso punto ma ogni volta che ne ho imboccata una mi sono persa. Pertanto quella sera, dato che stavo ascoltando musica non potevo permettermi di ritrovarmi chissà dove. Il profumo pungente del curry indiano mi ha indicato che la strada era quasi finita, ho attraversato il sottopassaggio e mi sono fermata alla smoking di fronte allo Yunika Vision dove stavano trasmettendo un estratto di un concerto di Shogo Hamada. Mi sono guardata intorno, la luce abbagliante dello Yunika si mischiava con quella del Pachinko sull’angolo, c’era tanta gente, come sempre. Non ho smesso di cantare mentalmente quello che ascoltavo, ho pensato che forse un riso al curry non sarebbe stato male, o una soba. Mi sono incamminata verso Kabukicho e la folla andava intensificandosi, nulla di strano, ma poi un altro profumo ha iniziato a solleticare le mie narici, qualcosa alla piastra forse, si stava svolgendo un matsuri. Sono rimasta affascinata, sicuramente ci doveva essere confusione ma mi sono ritrovata in un film dove la colonna sonora era quella del mio iPhone. Ho acquistato dei takoyaki e mi sono seduta sui gradini del tempio, che strano questo takoyaki, ma cosa c’è dentro? Non posso sputarlo per controllare…manda giù, scotta, poi ci penserai e cercherai di capirlo dal prossimo, mi serve una birra. Acquisto una birra, 600 yen, ma come, così tanto? La stessa birra al combini costa 328, pazienza, non posso certo andare al seven più vicino poi tornare qui, si raffreddano i takoyaki. Mi risiedo sui gradini e guardo le botti vuote di sake appese intorno a me pensando “che bei regali”, mi cade l’occhio su un baracchino di palloncini di One Piece e Doraemon, di fianco hanno delle chocobanana che mi fanno paura, le mele candite però sono buone. Ah, ma ho i takoyaki, adesso scottano meno, posso mordere e vedere cosa c’è dentro. Una nuvola di fumo mi investe, due ragazzi si siedono di fronte a me con delle seppie giganti fumanti, faccio rotolare il takoyaki nella salsina e lo addento piano, come diavolo fai ad avere ancora la temperatura della lava? Ma resisto e lo osservo, c’è un uovo! Cosa ci va un uovo qui dentro? Com’è piccolo poi! Buono, ah, non è sodo, è barzotto, ma questi takoyaki sono una bomba! Faccio un sorso di birra e mangio il terzo, questa volta in maniera consapevole. Sospiro contenta, skippo la traccia che è appena partita perché si, la band è sempre quella ma la canta il chitarrista e non mi fa impazzire. Faccio un paio di foto e vado alla smoking area del matsuri, abbandono i takoyaki rimasti nel cestino e faccio un paio di foto al tempio, da qui si vede meglio, finisco la birra mentre fumo e noto il baracchino dell’amasake. Che buono, ma non fa così freddo, speriamo che vendano tanto lo stesso, quel signore era stato così gentile l’anno scorso mentre mi porgeva il bicchierino di carta bollente invitandomi a stare attenta a non scottarmi. Ormai sono in giro, potrei andare al Loft, controllo se ho con me carta e penna, si le ho, bè in effetti potrei farci un salto, tanto è qui dietro, devo solo uscire dalla parte giusta del Matsuri. Se lì c’è la chocobanana e più avanti quello delle mele candite sono dalla parte giusta.  Forse so un un pò di pesce grigliato e fritto ma tanto non devo incontrare nessuno. Forse se passerò tra le chocobanane, la frutta candita e lo zucchero filato avrò un odore diverso. Avevo messo il profumo prima di uscire? Figurati, non mi sono nemmeno truccata, ho infilato i primi jeans che ho trovato e gli occhiali da sole. Li ho ancora su? Cavoli Tokyo è proprio illuminata a giorno stasera, non me ne ero resa conto. Ah, i pantaloni sono strappati, pazienza, tanto sotto ho i boxer. Vado a farmi un drink poi torno a casa, si, tanto ormai sono fuori e mi sono svegliata. 

L’unica cosa che posso fare, mentre ascolto musica, è scrivere.

Non scrivere recensioni, per quello mi serve il silenzio assoluto, ma lasciare correre i miei pensieri e le mie emozioni come in questo momento. Non riesco a fare altro. Forse per quello faccio un uso che è più un abuso dei puntini di sospensione (ma sto cercando di controllarmi). Eppure, per qualche strano motivo, alcune cose come quello spezzone di serata appena raccontata rimangono come disegnati perfettamente nella memoria. Non solo le cose che ho visto ma i pensieri, e posso garantire che la mia memoria non è assolutamente degna di nota. 

 

 

 

La Ragazza del Kyushu

img_3505

Matsumoto Seichō

La ragazza del Kyūshū

Prendere in mano un libro della casa editrice Adelphi è già di per se un’esperienza, la copertina leggermente ruvida, le pagine dal color crema e dal profumo così caratteristico… già questo mette il mio animo in una dolce predisposizione verso il libro che sto approcciando. So che parrebbe non centrare con il testo e la sua recensione, tuttavia credetemi: fa anche questo parte dell’esperienza di lettura.

Kiriko parte dall’estremo sud del Giappone alla volta di Tokyo, dove vuole incontrare un famoso avvocato al fine di chiedergli aiuto. Il fratello della protagonista è infatti accusato di omicidio e rischia la pena di morte; Kiriko pare essere l’unica persona convinta della sua innocenza e non esiterà a dare fondo ai suoi risparmi per intraprendere un viaggio nel tentativo disperato di salvare il fratello.

Ma quanti avvocati esercitano la professione per senso di giustizia e dovere? Chi sosterrebbe un caso simile, dove l’imputato stesso confessa la sua colpevolezza, senza poter emettere una parcella ad un cliente che non ha il necessario per pagare?

In questo noir Matsumoto è crudo e realista, non dà troppo spazio alle descrizioni delle sensazione ma narra il susseguirsi degli avvenimenti con freddezza giornalistica, tuttavia queste emozioni non descritte sono palpabili ed arrivano al lettore senza bisogno di introspezioni messe nere su bianco.

Potete trovare su qualsiasi sito la trama completa del romanzo ed il suo incipit, ma non voglio narrare oltre. Questo libro conta infatti solo 200 pagine circa e si legge velocemente, cattura l’attenzione sin dalla prima pagina e suscita sentimenti contrastanti nel lettore, da che parte vi schiererete? Cosa spererete mentre le pagine si susseguiranno?  Personalmente mi sono ritrovata a sperare soluzioni opposte da un capitolo all’altro.

Kiriko è giovane, ha solo 20 anni, la sua freddezza e forza d’animo sono estremi e risultano quasi “inumani”, rimane un personaggio quasi astratto dall’inizio alla fine; le sue caratteristiche sono forse fin troppo chiare e delineate, non è un personaggio sfaccettato dai mille chiaro scuri, non ci sorprende mai. Personalmente ho sperato in qualche svolta emotiva da parte sua ma la fredda coerenza che la contraddistingue rimane tale dalla prima all’ultima pagina, il che mi ha creato una situazione di disagio per la quale nonostante io consigli caldamente questo libro agli amanti del noir e della letteratura nipponica, non me la sento di annoverarlo tra i miei preferiti.

Tuttavia,  non posso non paragonarla ad una moderna erede di uno dei famosi personaggi di Dumas, certo parliamo di un testo breve, dove il tutto si sviluppa nell’arco di pochi mesi, la caratura letteraria è certamente differente, ma la sensazione di deja vu in me suscitata è stata proprio questa.

Lo consiglio a coloro che conoscono già l’autore e hanno desiderio di completarne la bibliografia, a chi come me è sempre curioso di leggere narrativa del Sol Levante. Gli appassionati invece di noir potrebbero trovarlo un pò noioso e privo di un vero mordente, con una trama forse un pò debole e pochi (talvolta scontati) colpi di scena.

Traduzione di Gala Maria Follaco
Fabula, 348
2019, 3ª ediz., pp. 208, 3 illustrazioni b/n nel testo
Prezzo di copertina: 18 euro

Disponibile anche in formato Kindle su Amazon: https://www.amazon.it/ragazza-del-Kyushu-Seicho-Matsumoto/dp/8845933962/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=JJ9A24NRL6UM&keywords=la+ragazza+del+kyushu&qid=1583745968&sprefix=la+ragazza+del+%2Caps%2C165&sr=8-1

Un’Estate con la Strega dell’Ovest

img_1153

Delicatamente commovente dalla prima all’ultima pagina.

Questo piccolo gioiello vi può scaldare il cuore in una di queste fredde sere invernali, se potete dedicarvi un paio d’ore sul divano, con una copertina, una tazza contenente qualcosa di caldo e profumato da bere, un paio di biscottini e magari il vostro animale domestico (o un peluche…. qualcosa di morbido insomma), ecco, allora vi aspetta una serata dolcissima che vi scalderà il cuore anche per le notti a venire.

Le protagoniste di questo racconto sono Mai: una fanciulla di 13 anni che non vuole più andare a scuola; la mamma: che preoccupata decide di assecondarla ma di non tenere la ragazza in città, bensì di mandarla per qualche tempo dalla nonna: ovvero la Strega dell’Ovest. La nonna si prenderà cura della piccola in maniera discreta, mai invadente, rivelandole una sera che lei è davvero una strega, e che potrà inoltre insegnarle i rudimenti per esserlo a sua volta, in modo da poter meglio gestire la propria vita e le proprie relazioni con il mondo esterno.

Non aspettatevi pentoloni ed incantesimi…. o meglio, pentoloni dove cuocere deliziosa marmellata di fragole selvatiche non mancheranno, ma è nelle piccole attività quotidiane di campagna che Mai troverà le armi per meglio affrontare la propria crescita, lontana dai frenetici ritmi cittadini e dalle difficili e labirintiche dinamiche scolastiche.

Nessuno chiede a Mai perché non voglia andarci, eppure la famiglia accoglie la richiesta e lavora facendo fronte comune per una soluzione in maniera dolce, mantenendo il contatto con la fanciulla, che si trova a combattere con asma e malinconia ma senza mai essere abbandonata a se stessa.

Alla fine del racconto principale, che prende i 3 quarti del romanzo, seguono 3 racconti brevi incentrati sulle protagonisti, altri tre cioccolatini che possiamo decidere se divorare nella stessa sera sul nostro divano, oppure risparmiarli per le prossime.

Mi sento di consigliare questo libro a tutti, indipendentemente dall’età, ma sopratutto a ragazzi adolescenti ed ai loro genitori, perché a mio avviso lo trovo intriso di molteplici chiavi che potrebbero risultare utili nei momenti di difficoltà che inevitabilmente ci troviamo a dover affrontare.

Non si tratta ovviamente delle risposte sociologiche di cui si ha sempre bisogno, né di un saggio su come trattare con chi attraversando un periodo complesso in tenera età, ma di una carezza speziata e come tale a mio avviso va interpretata!

Se lo avete già letto, o avete intenzione di farlo… fatemi sapere a vostra volta cosa ne pensate!

 

Titolo dell’opera: Un’Estate con la Strega dell’Ovest

Editore: Feltrinelli

Pagine 144

Prezzo di copertina: 12 euro

Disponibile anche in Ebook: https://www.lafeltrinelli.it/ebook/kaho-nashiki/un-estate-strega-ovest/9788858835968

Appartamento 401 -di Shuichi Yoshida

img_4335

Editore : FELTRINELLI

Data d’uscita: Febbraio, 2019

Collana: I Narratori

Pagine: 229

Prezzo: 16,00€

 

Conoscevo l’autore per via de “L’uomo che voleva uccidermi” per cui quando lessi la trama di Appartamento 401 rimasi un pò dubbiosa perché mi pareva un titolo totalmente differente e scostato rispetto alla precedente lettura.

Tuttavia l’idea di entrare in un appartamento di Tokyo dove convivono quattro ragazzi dalla quotidianità apparentemente normale non poteva non stuzzicarmi.

Fingiamo di non aver letto la terza e quarta di copertina, fingiamo di non conoscere l’autore ed entriamo a sbirciare quello che accade.

Un appartamento costituito da due stanze da letto, un soggiorno con cucina, bagno e terrazzino.

Kotomi (23 anni, disoccupata) e Mirai (24 anni, illustratrice e commessa) condividono una stanza, mentre la seconda è abitata da Satoru (18 anni, lavora part time) e Naoki (28 anni, impiegato).

Yoshida ci narra la vita di questi ragazzi dal loro punto di vista, uno per volta, seguendo però una linea temporale (quando si interrompe il racconto del primo, attacca infatti la voce narrante del secondo e così via) in modo da non lasciarci mai con buchi nella vicenda. Non sono un gruppo di amici, si trovano a condividere gli spazi ognuno spinto da motivazioni differenti,  non assistiamo a particolari conflitti e nemmeno coinvolgimenti emotivi: semplicemente ognuno fa la sua vita senza dover entrare necessariamente nella sfera privata altrui. Può capitare che si vada insieme al Karaoke o al supermercato vicino, così come può succedere che ci si prenda una sbronza tutti insieme in una stanza, eppure ognuno di essi è solo ciò che gli altri conoscono, come se la vita al di fuori non fosse contemplata, benché ci sia, ovviamente.

Questa routine funzionale subirà uno sfarfallio, proprio come il loro televisore difettoso situato nel soggiorno,  quando un nuovo inquilino entrerà a far parte della loro vita; contemporaneamente alcuni episodi di aggressione si iniziano a verificare nella zona.

Potrei fermarmi qui, anzi, credo lo farò, perché ormai la congettura “ho capito!!” è passata di moda e nessuno cade in un tranello dopo poche righe.

Yoshida è un maestro nel narrare una storia che si lascia divorare in meno di due giorni, tesse una trama thriller seminando indizi ogni due pagine eppure, fino a poco prima della fine, ci siamo totalmente dimenticati che abbiamo acquistato un romanzo di quel genere.

E’ infatti solo nelle ultime pagine che il tutto acquisisce un senso e ci ricordiamo improvvisamente di dettagli fondamentali.

Ho molto apprezzato questo romanzo, non tanto per la trama ed epilogo, quanto per la delicatezza con la quale ancora una volta l’autore ci fa entrare in contatto  con l’animo di un popolo dall’atteggiamento si cortese, ma dalla natura spesso riservata e schiva.

Ed il tutto accade senza perdere, nemmeno per un istante, di coerenza e credibilità.

Mi sento di consigliare questo romanzo non tanto a chi è in cerca di un thriller (temo anzi che costoro ne rimarrebbero delusi, attendendo solo lo sviluppo delle ultime pagine), bensì a chi vuole sbirciare la vita quotidiana dall’interno di un appartamento in affitto, a chi desidera vedere altri angoli di Tokyo, conoscere nuove zone, incontrare protagonisti magari simili a persone che ha già conosciuto e ritrovarle.

Se poi a leggere queste pagine è qualcuno che si è trovato a vivere una situazione simile, magari soggiornando in una Guest house per periodi medio lunghi: non potrete non riconoscere almeno uno dei protagonisti.

 

 

“IN” di Natsuo Kirino

img_6042

Mi piacerebbe confrontarmi con alcuni che amano Natsuo Kirino circa il suo ultimo libro pubblicato in Italia: “IN”

L’ho appena terminato e nutro una serie di sentimenti contrastanti.

Partiamo dal presupposto che l’ho divorato in 2 giorni.

Mi è piaciuto? Si.

È scritto bene? Si.

La storia narrata? Bellissima, una storia che si interseca in un’altra, il punto di vista di uno scrittore come protagonista e ricercatore.

L’adattamento? Favoloso come tutti i lavori Neri Pozza affrontati fino ad ora.

Cosa non va allora?

Questo: se sulla copertina anziché Natsuo Kirino ci fosse stato un qualsiasi altro nome avrei riposto il volume, al termine della lettura, entusiasta. Ne sono sicura.

Non sono in grado di trovare alcun tipo di defezione in questa opera. Nessun difetto, la storia funziona perfettamente.

Se non: non ho trovato la mia autrice preferita.

Non ho respirato lo smog alla quale mi ha abituata, non mi ha preso a pugni nello stomaco e non mi ha fatto arrabbiare.

———————————————————————————————————-

Le righe sopra sono state scritte ieri nel tardo pomeriggio, a caldo, pochi minuti dopo l’averlo terminato mentre mi recavo in autobus ad incontrare delle amiche per un aperitivo.

Ovviamente non ho resistito e ho tentato di spiegare loro le mie sensazioni a riguardo, sapevano che tra le varie letture estive avevo posticipato all’ultimo posto questo volume un pò come si lascia per ultimo nel piatto il boccone più succulento.

Forse questo romanzo mi ha fatta arrabbiare, Kirino è come sempre onesta e realista nel dipingere l’animo umano, pertanto era normale che prima o poi avrei incontrato dei personaggi che avrei trovato detestabili, seppure nella loro onestà.

Fin dalle prime pagine ho biasimato i protagonisti maschili, trovandoli così crudeli nel loro essere semplicemente quello che sono: uomini.

Un uomo dice  alla propria amante di esserne perdutamente innamorato e che desidera trascorrere la vita con lei. Non sta mentendo ed il senso di disperazione che si evince anche dalle lacrime e dagli scatti irosi all’idea di perderla non è finzione.

Tuttavia egli tornerà a casa per salvare il proprio matrimonio e si impegnerà anima e corpo nel farlo.

Quante volte abbiamo sentito questa storia? Dalle nostre nonne, mamme, amiche, conoscenti? Quante volte l’abbiamo letta?

“In quel momento lo pensavo davvero” è La Risposta che ci annichilisce. Perchè non è una menzogna, è la crudele, onesta  realtà in una semplice espressione.

Non è solo la protagonista principale, ossessionata dal tema della Soppressione dell’amore, a volerne comprendere il senso ed il modo: ci si rende conto, continuando con la lettura, che recidere ogni legame con l’altro per volontà personale e annientare il suo cuore attraverso l’abbandono e  l’indifferenza sono le uniche risposte possibili se si vuole sopravvivere.

Ma poi è davvero così?

Ho appreso che il volume è idealmente il primo di una trilogia che si ispira ai grandi scrittori del novecento giapponesi; nel romanzo  Midorikawa Mikio è infatti il frutto dell’ispirazione a Hayashi Fumiko,  Tanizaki Jun’ichirō e Shimao Toshio.

Il mio sentimento odierno nei confronti di questa lettura è cambiato rispetto a ieri? Forse si, sebbene mi sia tuttora difficile spiegare in che termini.

Mi piacerebbe davvero conoscere l’opinione di altre persone che si sono dedicate a questa lettura.

 

Disponibile in formato Kindle e cartaceo

Natsuo Kirino
IN
ed. orig. 2009, traduzione dal giapponese di Gianluca Coci
pp. 384, € 18,00
Neri Pozza, Milano 2018

 

Il Peso dei Segreti (Aki Shimazaki)

img_5922

Yukiko ha custodito un segreto per tutta la vita: la mattina del 9 agosto del 1945, poco prima dello sgancio della bomba su Nagasaki, ha ucciso il padre.

L’eredità che Yukiko lascia alla figlia è proprio questo segreto, accompagnato da un altro che si intreccia con altre storie, altri amori ed altri segreti a loro volta inconfessabili.

Una narrativa profonda e scorrevole dove i racconti personali dei protagonisti si intrecciano magistralmente con le vicende storiche della Seconda guerra mondiale in Giappone,  ma non solo: assistiamo ai conflitti con la Corea ed al terribile terremoto che sconvolse il Kanto nel 1923.

Storie che non troveremo nei libri di scuola ma assolutamente credibili nonostante la straordinarietà. Storie che i nonni  potrebbero aver narrato ai loro nipoti giorno dopo giorno preparando una tazza di profumato te’.  Personaggi umani che affrontano la vita, la combattono ma sempre rispettando ciò che le tradizioni impongono loro.

Quale nonno non ha una meravigliosa storia d’amore da raccontarci? Ecco, in questo romanzo l’amore ovviamente non manca, anzi, ma ci viene dipinto nelle sue molteplici forme: l’amore spontaneo, l’amore che si costruisce, l’amore che nasce dal rispetto e dai comportamenti di chi abbiamo vicino, l’amore nato dalla gratitudine.

Ma anche l’amore di due ragazzini che viene distrutto per non infangare l’onore di una  famiglia altolocata.

Posto l’immagine della quarta di copertina dove potete leggere la trama ufficiale, e mi scuso se a mia volta uso l’aggettivo scelto da Elle: un capolavoro. Ma per me di questo si è trattato, una storia di famiglia che si sviluppa nell’arco di mezzo secolo ma che non è solo quella di Yukiko, è quella di migliaia di donne giapponesi e non solo.

img_5933

Raramente rimango così entusiasta al termine di una lettura.

Consigliato caldamente a chi ama il Giappone e desidera approndire tematiche legate alla Seconda guerra Mondiale, a chi desidera immergersi in un storia coinvolgente narrata da diversi punti di vista.

Non nego in alcuni punti un senso di disorientamento, non è sempre facile ricondurre chi sta narrando in quel momento e ricostruire mentalmente in pochi secondi l’albero genealogico, tuttavia bastano pochi istanti di riflessione e la lettura può riprendere fluidamente.

Nota sull’autrice:

Aki Shimazaki (classe 1954) è nata a Gifu, in Giappone, ma vive a Montréal, Canada, dal 1991. I suoi libri sono tradotti in inglese, giapponese, serbo, tedesco, russo e ungherese. È autrice della pentalogia Il peso dei segreti (Feltrinelli, 2016), con cui si è aggiudicata il Prix du Gouverneur-Général nel 2005, di un secondo ciclo romanzesco composto da quattro romanzi intitolato Au coeur du Yamato,  e nel 2015 ha dato inizio ha un terzo ciclo con Azami.

Al momento Il peso dei segreti  è l’unico titolo tradotto in lingua italiana.

Disponibile in formato Kindle e cartaceo su Amazon.it: https://www.amazon.it/peso-dei-segreti-1/dp/8807032104/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1535028975&sr=1-1

Come Sabbia tra le dita (Seichō Matsumoto)

img_5884

Scegliere i libri da portarsi in vacanza si rivela sempre un momento critico, alla fine nel dubbio ne ho portati tre che mi aspettavano impilati sul comodino da settimane, in attesa del momento adatto.

“Come Sabbia tra le dita” si è rivelato una lettura decisamente intrigante e avvincente persino per me che non sono una grande fan dei gialli.

Tuttavia ero incuriosita: sapevo che l’autore era stato uno dei più proliferi in vita (oltre 300 romanzi pubblicati) ed ero stimolata dall’ambientazione in un Giappone degli anni ’60.

Siamo a Tokyo, nella primavera del 1961, e all’alba viene rinvenuto un cadavere sui binari della stazione di Kamata.

L’ispettore  a capo del caso, Eitarô Imanishi, si ritrova a condurre un’indagine in principio infruttuosa quasi frustrante…gli indizi lo porteranno a viaggiare per gran parte del paese che nonostante io abbia visitato talvolta ho faticato a riconoscere.

Siamo agli inizi del boom economico, Ginza è già il quartiere “alto” della città di Tokyo ma le distanze, tra una zona e l’altra della capitale non sono quelle brevi alle quali siamo abituati ai giorni nostri. Si può quindi immaginare quanto tempo fosse necessario per raggiungere le più lontane mete quali Osaka o la zona del Tohoku.

Trascorrono mesi senza che gli interrogativi trovino risposte, tuttavia l’ispettore Imanishi persegue ogni singola pista fino a correlare tra esse alcune morti sospette avvenute in un secondo momento rispetto al primo delitto. Siamo al cospetto di un protagonista caparbio, intelligente, certo, ma che raggiunge l’obiettivo non grazie a lampi di genio tipici di alcuni personaggi ai quali la letteratura ci ha abituati, ma grazie alla metodicità e all’attenzione ad ogni singolo dettaglio. L’illuminazione non arriva grazie al semplice intuito ma va ricercata faticosamente, se necessario camminando per chilometri seguendo i binari di un treno alla ricerca di pezzetti di carta disseminati mesi prima.

Questo è sicuramente uno degli aspetti che mi ha fatto apprezzare maggiormente questo volume.

Alcuni hanno definito Matsumoto un autore pari a Simeon; dal mio canto non sono in grado di esprimere un giudizio coerente a riguardo, in quanto, ribadisco, non sono un’amante del genere.

Tuttavia mi sento di consigliarlo a tutti coloro che hanno il desiderio di una lettura fluida  ma avvincente, ambientata in un contesto sicuramente interessante che ci permette di conoscere altri risvolti di un paese che tanto ci affascina.

Personalmente l’ho apprezzato, prova ne è che l’ho letto in una sola giornata di ombrellone (parliamo di  186 pagine decisamente scorrevoli), e che intendo recuperare anche Tokyo Express, del quale spero di poter scrivere una recensione in queste settimane.

Succede anche a voi, quando vi imbattete in un volume che si rivela interessante, di voler leggere tutto quello scritto dallo stesso autore indipendentemente dalle critiche e recensioni?

Per me è sempre stato così, mi ritrovo ad effettuare ricerche maniacali ovunque per poi scoprire che sto tendando di recuperare qualcosa di editato decenni fa da case editrici che non hanno più ristampato il titolo in oggetto.

 

 

Credits:

Come Sabbia tra le dita (Seichō Matsumoto)

Edito da Mondadori, collana Oscar Absolute, 03/07/2018

Traduttore: Mario Morelli

Disponibile in formato kindle e brossurato su Amazon: https://www.amazon.it/Come-sabbia-dita-Seicho-Matsumoto/dp/8804701196