Heaven – Mieko Kawakami

Leggetelo.

Leggetelo, sopratutto se siete mamme, papà, fratelli o amici di ragazzi in età scolare. Assolutamente, leggetelo.

Se siete insegnanti o avete a che fare con i più giovani: leggetelo, consigliatelo, divulgatelo come potete.

Mieko Kawakami ci racconta in maniera delicata eppure inesorabile la storia di due ragazzini che frequentano la scuola media, apparentemente conducono una vita normale, escono di casa ogni mattina salutando i genitori e rientrano, fanno i compiti, cenano, dormono. Finché l’inferno non li accoglie nuovamente ad ogni rientro in classe.

Gli avvenimenti di questo romanzo sono sassi e pugni nello stomaco, non solo figurati.

Il dolore della violenza, anche verbale ed il suo essere accarezzato e mitigato dall’amicizia.

Un’amicizia che nasce non dalla simpatia ma dalla sofferenza che entrambi i ragazzi vivono. Viviamo quest’ anno scolastico narrato in prima persona dal protagonista, il cui strabismo pare trasformarsi nel pretesto per divenire oggetto di scherno valvola di sfogo per i suoi compagni. Giorno dopo giorno, angheria dopo angheria, gli unici momenti di pace sono quelli regalati da una corrispondenza segreta e qualche incontro con una compagna di classe anch’ella presa di mira dalle compagne di classe per via del suo aspetto trasandato.

I due ragazzi si scrivono, prima timidamente poi sempre più assiduamente, nelle loro lettere non si accenna mai a ciò che vivono sui banchi di scuola ma si raccontano e conoscono. Ho riflettuto spesso su questo tipo di legame, domandandomi in che direzione può portare un rapporto nato dalla sofferenza qualora una delle parti decidesse di porre fine (o quanto meno provare) agli atti denigratori dei coetanei.

E’ un libro emotivamente difficile da affrontare, il nome del protagonista non ci viene mai svelato e potrebbe essere davvero ognuno di noi in un momento della nostra vita, se non ci rivediamo siamo stati fortunati, se ci ritroviamo anche solo in parte nel suo malessere e nelle sue notti insonni questo romanzo ci regala una nota di conforto e comprensione.

Incredibile e a tratti agghiacciante il dialogo tra il protagonista ed uno dei suoi persecutori, un faccia a faccia che vorrebbe trovare la risposta “perché mi tormentate?” “perché proprio io?”. Forse uno dei passaggi più significativi del libro e mi sono ritrovata a rileggerlo una volta terminato.

Un epilogo non epilogo, perché qualunque sia ciò che accade dalla pagina bianca in poi sarà comunque inevitabilmente segnato dal vissuto.

E’ un romanzo breve, si può leggere tranquillamente in un paio di giorni. Qualcuno lo ha definito “tenero”, non sono d’accordo. Sebbene le parole siano scelte con cura e delicatezza non posso definire tenero il racconto di una simile esperienza.

I sette killer dello Shinkansen – Isaka Kotaro

Non so se thriller sia la definizione più appropriata per questo romanzo di Kotaro Isaka, sicuramente la suspense e l’adrenalina non mancano.

Lo definirei piuttosto divertente ed intelligente, ben studiato e con i colpi di scena al momento giusto!

Un gruppo di killer (che non si conoscono tra loro) si trova a a viaggiare sul medesimo treno ad alta velocità, ciascuno con una missione diversa, chi per lavoro chi per motivi personali; ma va da se che per ragioni di sceneggiatura si troveranno presto a doversi relazionare.

I personaggi sono ben caratterizzati, tuttavia a volte paiono poco credibili e leggermente forzati

La scrittura è scorrevole e si presta sicuramente bene come sceneggiatura di un film (pare infatti che uscirà questa primavera il film nelle sale, il cui protagonista sarà Brad Pitt, ma avendo cambiato tutti i nomi non mi è chiaro quale ruolo interpreterà dato che non c’è un personaggio predominante).

Un racconto che intrattiene e diverte senza avere la pretesa di destare chissà quali riflessioni, ma indubbiamente ci ritroveremo a parteggiare per l’uno o per l’altro tra i vari malviventi presenti sul treno.

La mia simpatia tra tutti se l’è guadagnata Mikan, sin dalle prime pagine, mentre ho mal tollerato Ouji, forse perché tra tutti mi è parso il meno credibile sebbene non manchi a tratti di fascino.

Mi rimane qualche perplessità riguardo sia il titolo dell’edizione italiana sia quello che è stato scelto per il film (i cinque killer dello Shinkansen), personalmente avrei tolto numeri per evitare errori e confusione se proprio si voleva rimarcare l’attenzione con “i Killer dello Shinkansen”.

Il titolo originale è Maria Batoru (dove Batoru è la traslitterizzazione di Beetle, una delle possibili traduzioni della coccinella), Coccinella è anche uno dei nostri assassini presenti sul treno, quello più sfortunato e per il quale la legge di Murphy è una regola che non ammette eccezioni. Maria è la donna all’altro capo del telefono con il quale proprio Coccinella interagisce. Sette i puntini sul dorso della coccinella come 7 i dolori di Maria…. coincidenze? Siete curiosi? Considerate che questa è una spiegazione che sono voluta darmi per comprendere l’adattamento del titolo ed alcuni fatti che si svolgono nel libro.

In definitiva non mi sento di consigliare o sconsigliare questo libro, se siete amanti dei romanzi nipponici e come me vi ritrovate a divorare quasi tutto quello che viene tradotto da noi, sicuramente passerete delle ore piacevoli leggendolo.

Se invece cercate un thriller più strutturato oppure avete una pila di libri in attesa, direi che questo può tranquillamente attendere le prossime vacanze.

Personalmente mi è piaciuto e mi ha intrattenuto, ma ripeto, l’ho vissuto come un intermezzo leggero all’interno di una serie di libri molto diversi e in un momento in cui tempo libero ne ho avuto in abbondanza (le vacanze estive).

Dettagli

Autore:Kotaro Isaka

Traduttore:Bruno Forzan

Editore:Einaudi

Collana:Einaudi. Stile libero big

Le Bugie del mare – Kaho Nashiki

In un momento come questo, dove taluni viaggi ci sono ancorapreclusi, la letteratura è diventata una valvola di sfogo importante; mai come in questo momento il non poter pianificare mi risulta quasi doloroso, mi ritrovo così a ricercare nuove esperienze per sopperire una fase (spero di transizione) tanto incerta.

L’approccio con le prime 40 pagine di questo romanzo non è stato tra i più semplici e coinvolgenti, tanti nomi per me difficili di fauna, flora e tradizioni, un inizio quasi accademico che in un paio di punti mi ha portata a pensare “ma succederà qualcosa adesso? …ma quindi?…” 

Siamo negli anni 30, in un isola nel sud del Giappone. Akino vi si reca per un viaggio di ricerca sul territorio e le tradizioni, ma quello che si ritroverà a fare, forse inizialmente inconsciamente, è un viaggio interiore, una profonda riflessione sull’esistenza in un momento tanto delicato per lui, che ha da poco perso, a breve distanza l’uno dall’altro, entrambi i genitori nonché la fidanzata.

Osojima, questo il nome dell’isola, rappresenta un micro universo a se stante, ancora parzialmente incontaminata dal mondo moderno, i ritmi sono lenti, seguono le ore e le stagioni. 

Stupisce che chi abita in montagna non conosca le spiagge e chi le abita, ma siamo ancora in mondi nei mondi, dove le distanze apparentemente più brevi richiedono comunque ore di cammino attraverso sentieri non battuti quotidianamente e pertanto impervi. Dialetti differenti da una parte all’altra dell’isola che necessitano di interpreti locali, tradizioni radicate ed una dolorosa guerra religiosa terminata da poco, che ancora lascia il segno sui figli dell’isola.

Ma il cerchio si chiude molti anni dopo questa esperienza quasi mistica, quando, a distanza di 50 anni, con le guerre ormai lontane il nostro Akino tornerò ad Osojima chiedendosi se quella settimana non fosse il frutto di un sogno.

Se apprezzate Miyazaki sarà come leggere la sceneggiatura di un suo film, non mi sorprenderebbe infatti se un’opera dello studio Ghibli venisse tratta da questo romanzo.

Sarà come un viaggio nel paradiso perduto, o se preferite in una sorta di città incantata dove la magia vi sfiorerà come una brezza senza lasciare prove tangibili. Una nebbia delicata, un miraggio…. O semplicemente una Bugia del Mare.

Dettagli

Autore: 

Kaho Nashiki

Traduttore: 

Gianluca Coci

Editore: 

Feltrinelli

Collana: 

I narratori

Nostalgia [coming] out

La nostalgia non è necessariamente un sentimento sfumato, talvolta arriva come uno schiaffo ma in quel momento non la si riconosce come tale. 

In questi mesi, in cui i miei post si sono limitati a recensioni di alcuni libri letti, sono accadute molte cose, sia a livello personale che lavorativo, ovviamene ne sono successe a livello mondiale e chi segue questo blog sicuramente ha in comune la passione o la curiosità nei confronti del Paese del Sol Levante che, come sappiamo, ha ormai chiuso da oltre un anno i suoi confini turistici.

Quando sono partita per quattro fugaci giorni a gennaio 2019 ho messo il mio decissattesimo timbro ma avevo già in tasca un biglietto per fine aprile, certo non pensavo che si sarebbe trasformato in un voucher che ad oggi non so ancora quando potrà essere utilizzato.

Mentre scrivo mi lascio trasportare dalle note del mio artista preferito, pertanto non so in quale direzione potrà virare con esattezza il contenuto di questo articolo, vediamola come uno sfogo temporaneo.

Mi sono arrabbiata così tante volte in questi mesi, incapace di contrastare il senso di frustrazione, ed altrettante mi sono detta “Adesso è così, non puoi cambiare lo stato delle cose ma puoi vivere il momento e accettare, ottimizzarlo senza aspettare necessariamente qualcosa che potrebbe succedere”.

Mi sono ritrovata a pianificare il “prossimo viaggio” almeno una decina di volte, pensando che sarei dovuta assolutamente tornare in quel caffè nascosto di Harajuku e poi a cena di fronte al palazzo del governo a Shinjuku. 

Ho pianificato giri mirati agli acquisti inerenti il lavoro, gli eventi ai quali partecipare ed eventuali piccoli investimenti da effettuare. 

Ho pianificato persino il trattamento lisciante alla keratina da applicare prima di partire per evitare che l’umidità mi rendesse prossima ad un cagnolino bagnato al primo sentore di umidità.

Gli incontri con gli amici che non vedo da tantissimo tempo, la mia “nipotina” acquisita ha un anno mezzo ed io avrei dovuto conoscerla e spupazzarmela prima dei tre mesi, adesso trotterella ed è una pagnotta. 

Normalmente a settembre pianifico il calendario sia lavorativo che i viaggi da ottobre e per tutto il primo semestre dell’anno successivo.

La realtà è un’agenda vuota. 

Un’agenda intonsa che pesa quanto una Smemoranda dei tempi del liceo pur essendo priva di contenuto. 

Credo che in tutti questi mesi ciò che più mi abbia destabilizzata sia stata proprio questo, unito al fatto che il mio lavoro è essenzialmente sociale, pur svolgendolo in solitudine e tranquillamente nel tanto in voga “smart working” per il 70 per cento, vi è tutta una parte legata ai meeting ed eventi che è venuta totalmente a mancare. Capire cosa vogliano i clienti e non potercisi relazionare personalmente si è rivelato molto complesso.

Ho cercato di sorridere e pensare almeno una volta alla settimana che i problemi seri erano altri, che comunque sono nata in una delle parti più fortunate del mondo e che anche circa l’epoca non ho effettivamente nulla di cui lamentarmi seriamente.

Si certo, mi mancano i concerti, tuttavia non saranno mica queste le serie preoccupazioni, semmai grattacapi da poco.

Così, a settimane alterne l’umore virava da una serena accettazione ad una scalpitante sofferenza.

“Smettila di pianificare, aspetta e poi farai”

“Si ma dai, almeno l’evento di settembre posso metterlo giù”.

Fino al 3 di giugno, mattina in cui guardavo gli orari dei voli da prenotare a mia madre che avrebb raggiunto mio padre in Sicilia per il periodo estivo.

Pregustavo quel 3 giugno da settimane, avrebbero rilasciato finalmente il nuovo film di Sailor Moon su Netflix e avrei passato una giornata fantastica con i miei affetti più cari tra cui un amico meraviglioso di lunga data e che ho incontrato quasi 20 anni fa proprio grazie al comune amore nei confronti dell’animazione.

Un pranzo alla mia amata rosticceria giapponese G81 di Corso Garibaldi e una serata a base di strong al pompelmo rosa e Sailor Moon.

La sera la chiamata di mia madre e l’improvvisa scomparsa di mio papà. Il giorno dopo ero in volo verso Catania con il cuore irrimediabilmente spezzato.

Se dicessi di stare bene adesso mentirei, tuttavia ho ancora una famiglia ed ho ancora me stessa, e la mia vita, fintanto che mi sarà concessa. 

Pertanto oggi riacquisterò una nuova agenda, probabilmente non sarà fitta di attività a lungo termine, ma ci sono così tante cose da fare anche nel breve termine ed io voglio viverle e vivere.

Non conto i giorni passati a rotolarmi sul divano pensando “dovrei leggere, dovrei studiare, dovrei rispondere ai messaggi, dovrei pulire, dovrei fare la spesa, dovrei …dovrei…tra 10 minuti”.

Credo sia normale concedersi un po’ di sana noia ma sono il tipo di persona che non si annoia mai, nemmeno quando sta ferma.

Ho persino rifuggito l’ascolto della musica quando in realtà sapevo mi avrebbe fatta stare meglio.

Il fatto è che talvolta è così facile crogiolarsi nel proprio malessere e tutto il resto sembra così dannatamente faticoso.

Ma pur essendo un individuo a se stante ho degli affetti a cui non posso negare il mio benessere perché infondo siamo tutti collegati e sono consapevole che la loro tranquillità dipende in parte da me. 

Non si tratta di forza, nemmeno di responsabilità, ma banalmente di amore credo.

Continuerò a sentire la mancanza di mio padre ma utilizzerò la sua fotocamera allo sfinimento.

Soffrirò la nostalgia di Tokyo fintanto che non potrò partire ma fino a quel momento ho i miei adorati libri e la musica, posso leggere, recensire e viaggiare con la mente.

Devo riprendere a studiare giapponese, non “da lunedì” ma da adesso. No, non devo: voglio.

Così come voglio riprendere a mangiare nella maniera in cui mi fa sentire davvero meglio.

Prendermi cura di me e volermi bene perché lo merito, e lo merita chi mi sta intorno, persone vicine ma anche clienti e conoscenti, partner lavorativi e persone con cui mi relaziono anche solo per bere un caffè al bar.

Con i miei tempi, i miei ritmi, non sarà mai quella che si alza la mattina presto per seguire una tabella di marcia serrata, non sono nemmeno in grado di ottimizzare i tempi e ho costantemente bisogno delle mie pause sigaretta.

Vorrei anche sistemare questo blog in modo che i vari post siano più facili da individuare ma non credo di esserne in grado, non da sola almeno…. La tecnologia ed io viaggiamo su due binari paralleli che difficilmente si incontreranno in questa vita, sono una di quelle che ha un IMac ed un IPhone perché sono rosa ma ne sfrutta una percentuale esigua del loro potenziale. 

Una cosa alla volta, convivendo con le soddisfazioni e la malinconia che fanno parte del mio essere viva. 

Lo Studio Alta sarà ancora davanti ai miei occhi un giorno e so già che si colmeranno di lacrime suscitando l’ilarità di chi sarà con me in quel momento. Pazienza, io sono quella che piange ai concerti.

Piango anche con i videogiochi, a settembre uscirà Lost Judjment e sto già covandolo!!

Credo che questo post sia il risultato di un connubio voce (di Yukiya Fujita ovviamente) e ice coffee (ho finalmente trovato un posto a Milano dove lo fanno esattamente come piace a me)

“Forse dovevi continuare a non ascoltare l’uomo nero così ci evitavi questo pippone”. 

Domani posterò la recensione di “Le Bugie del Mare”.

Mi rimangono ancora 4 giorni di vacanza ed ho intenzione di gustarmeli appieno!

La Fabbrica – Oyamada Hiroko

Prima lettura di queste vacanze estive, non conoscevo l’autrice prima di questo romanzo e ne sono rimasta piacevolmente colpita.

Me la sento di suggerirlo non solo a chi si appresta a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, ma anche a tutta quella fascia di mezzo troppo “adulta” per talune posizioni o troppo inesperta per altre, a tutti coloro i cui genitori hanno ripetuto per anni “se ti prendono lì sei a posto per la vita”.

A tutti coloro che hanno scoperto le agenzie interinali al loro sbocciare e ne sono rimasti incastrati ancora oggi dopo 20 anni.

Che cosa vuol dire essere un precario?

Quante volte ci siamo sentiti solo un piccolo ingranaggio senza nome all’interno di un processo più vasto? E se questo processo del quale non vediamo né confini né fine non ci mostrasse nemmeno il suo obiettivo produttivo?

Una ragazza dalle 9 del mattino alle 17,30 distrugge documenti avvalendosi di una macchina trita fogli. E’ facile, non serve pensare, non occorre preparazione, indossa il grembiule e infila i fogli, quando terminano ne arriveranno degli altri. “Si prega di non dire a nessuno a quale reparto è stata affidata ed in cosa consiste esattamente la sua mansione, contiamo sulla sua professionalità”.

Un ragazzo viene assunto come correttore di bozze, chiuso nel suo quadrato senza contatto con il resto dei colleghi, la sua penna rossa per le annotazioni, le ore si susseguono l’una dopo l’altra senza comprendere il senso di quello che passa sulla sua scrivania, le bozze talvolta si ripetono, altre sono già state corrette; “fallo con attenzione ma se sbagli qualcosa non è poi così grave, comunque firmali dopo la revisione”.

Un ricercatore viene improvvisamente allontanato dall’università presso la quale opera per essere assunto nella tanto agognata fabbrica, dove ha un dipartimento solo per lui, senza colleghi, senza superiori, senza indicazioni “sappiamo che ci può volere del tempo, ma contiamo su di lei e siamo certi che sia la persona adatta, non si preoccupi, non le corre dietro nessuno, potrebbero servire anni”. Si, ma cosa devo fare?

La Fabbrica è enorme, una città con un fiume, parchi, giardini, vegetazione e fauna a se, un ponte dal quale non si scorgono l’inizio e la fine dello stesso. Uccelli neri più grandi dei corvi che non volano, lucertole che abitano le lavanderie e nutrie onnivore dalle dimensioni di esseri umani.

La morte delle ambizioni in favore di una tranquillità che cancella il pensiero e l’arbitrio mentre si strizza l’occhiolino a Kafka senza rivelarvi segreti tra le righe.

Talvolta un presagio ci sfiora, c’è un mistero da svelare, oppure no? Dobbiamo semplicemente accettare come verità quello che di pagina in pagina viene raccontato dai tre protagonisti?

La lettura è scorrevole, i personaggi umani e credibili, personalmente l’ho apprezzato e letto volentieri, spero vivamente che traducano presto altro di Oyamada che con questo testo ha vinto il prestigioso premio Shinzo per i nuovi scrittori.

SBN: 978-88-545-2217-6

Collana: Bloom

Pagine: 208

Tradotto da: Gianluca Coci

Prezzo: €18,00

Tokyo Soup – Ryu Murakami

img_5821

Se non temete un pugno nello stomaco, immagini forti e riflessioni disturbanti ma oneste sull’animo e la psiche umana: allora va bene, lasciatevi accompagnare da Kenji per le notti di Kabukichou, il distretto dell’intrattenimento a luci rosse (ma non solo), di Shinjuku

Kenji è un giovane ventenne che lavora come guida turistica (senza licenza) nei quartieri a luci rosse di Tokyo. La sua mansione consiste nell’interpretare ed assecondare i desideri dei suoi clienti, in modo tale da poterli accompagnare laddove costoro potranno trovare la soddisfazione dei loro istinti.

A sole tre notti dal Capodanno viene assunto da Frank, un turista americano come tanti se ne vedono, come tanti alla ricerca di sesso ed esperienze esotiche eppure…. fin dal principio Kenji sente qualcosa che non va, non si tratta di un evento od un atteggiamento particolare, nè di una frase o un atteggiamento insolito; tuttavia qualcosa nel nuovo cliente inquieta Kenji. Si tratta solo di paranoia date dal tipo di lavoro ed il naturale atteggiamento verso gli stranieri?

Non c’entra nulla il cadavere fatto a pezzi di una studentessa ritrovato poche sere prima, perchè mai Kenji dovrebbe associare un normale cliente ad un omicidio così efferato? Si tratta solo di un turista dopotutto, e la ragazza trovata a brandelli stava praticando “Enjou Kosai” (una forma di prostituzione particolarmente diffusa tra le giovani giapponesi) per cui nemmeno i media hanno indugiato troppo sulla notizia.

Non c’entrano le banconote sporche di sangue con le quali Frank, il nuovo cliente, paga in uno dei bar. La pelle levigata, lo sguardo annoiato, quella luce nello sguardo che talvolta pare spegnersi come un black out improvviso. Le piccole contraddizioni nei racconti di Frank non sono poi così importanti, dopotutto è un turista e sta pagando: può raccontarsi come preferisce, chi è mai Kenji per giudicarlo fintanto che paga?

Eppure il senso di disagio e paura cresce nella mente della voce narrante e nel lettore, pagina dopo pagina, l’inquietudine che qualcosa di tremendo ed irrimediabile stia per accadere diventa sempre più palpabile.

Si tratta davvero soltanto di paranoia?

Tokyo Soup non è soltanto un racconto giallo violento e brutale di quello che può accadere nelle notti di Shinjuku: è un viaggio ed una riflessione sulla la società giapponese da un punto di vista critico ed arrabbiato eppure rassegnato.

L’importanza delle tradizioni nonostante la miriade di priorità moderne, ed il fatto che esse persistano radicate nella coscienza di ogni individuo giapponese indipendentemente dal suo stile di vita non possono non affascinare. La descrizione dei suoni del capodanno, così come il profumo della zuppa di miso sarebbero normalmente fuori contesto in un libro del genere, eppure il tutto si amalgama in maniera coerente.

 

I soli 3 libri di questo meraviglioso autore pubblicati nella nostra lingua non solo sono fuori ristampa, ma introvabili e particolarmente costosi sul mercato dell’usato.

Tuttavia se li avete in qualche su qualche mensola dimenticata della libreria, se vi capita di intravederli in qualche negozio o bancarella non lasciateveli sfuggire, o quanto meno date loro una possibilità.

Tokyo Soup l’ho trovato usato su Amazon.it, se conoscete l’inglese non sarà invece particolarmente arduo procurarselo.

Infine, mi sento di consigliarlo caldamente a chiunque apprezzi la regia di Takashi Miike: Audition per esempio è tratto proprio dall’omonimo libro di Murakami.

 

Credits:

Fuori catalogo – Non ordinabile

  • Editore: Mondadori
  • Collana: Strade blu
  • Traduttori: Tashiro K., Bagnoli K.
  • Data di Pubblicazione: aprile 2006
  • Pagine: 232

 

Pochi giorni alla partenza

img_5794

Controllo sempre la scadenza anche se dovrei sapere che mancano diversi anni!

 

I giorni che precedono la partenza sono sempre intrisi di mille cose da fare… Ogni volta mi dico che non serve agitarsi, che andrà tutto bene e che se anche dovessi dimenticare qualcosa non mi sto recando su di un’isola deserta bensì in una megalopoli quale Tokyo.
Nonostante le raccomandazioni mi ritrovo comunque in stato di agitazione.
Le giornate si infittiscono di impegni pre e post lavoro, se deve capitare un imprevisto è certo che sarà in questi giorni.
A breve andró a stampare tutte le informazioni importanti di viaggio, dopodiché ho incastrato il parrucchiere (molte donne lo amano, per me è un supplizio, odio i posti in cui sai quando entri ma non quando e come ne uscirai), una seduta dall’estetista, una visita a mia madre (la quale ieri aveva urgenza che le prenotassi un volo per domenica), un incontro con la mia amica del cuore (che gentilmente mi presterà una valigia comoda che preparerei forse domani). Sempre oggi occorre fare un salto in farmacia, ho la prescrizione medica di farmaci senza i quali non potrei nemmeno avvicinarmi all’aeroporto, me lo dico da una settimana ma quando ho i soldi con me non trovo farmacie aperte…e quando non ne ho ovviamente si.

Segue il cambio di portafoglio, lasciare le cose inutili qui ed accertarsi di avere le carte giapponesi ed il passaporto al sicuro.

Ogni tanto butto un occhio all’agendina e controllo lo schedule, mai come quest’anno il Japan Rail Pass sarà stato così ben ammortizzato, il che significa anche che sarò una trottola da un punto all’altro. Si è aggiunta all’elenco dei posti dove andrò anche Fukuoka. Il motivo principale che mi spinge fin laggiù è un concerto, tuttavia ho appuntato diverse cose da vedere sopratutto la sera.

Tutta l’itinerario per queste due settimane si è parecchio infittito, tra il nuovo Gundam Unicorn in movimento e almeno quei cari amici da salutare si rischia di non riuscire a fare un all night come si deve al karaoke!

Il dilemma odierno, riguardando la lista delle cose da mettere in valigia è: cosa fare con il 3DS? Portarlo o non portarlo? So che pare un aggeggio piccolo e poco ingombrante, ma posso assicurare che la borsa di una donna può arrivare a pesi terrificanti ed ogni piccola cosa assume un peso specifico diverso dal normale.

L’orologio non segna nemmeno le 8 mentre scrivo questo articolo, ma sono al terzo caffè, doccia già fatta e mi appresto a mettermi in moto verso il primo impegno.

Ma: sono la persona più felice del mondo. L’ansia, il batticuore, i pensieri svaniranno presto, forse dovrei smetterci di combattere dal momento che ogni volta si ripete la medesima situazione. Inoltre a fine ottobre partirò nuovamente, si rischia di entrare in un loop che vorrei evitare. Non sono mai partita|ripartita a così breve distanza, ne farò un esperimento personale e vaglierò i miei stati d’animo con curiosità! Chissà, magari il 27 ottobre sarò la persona più tranquilla mai esistita.

Il Giovane Robot

Generalmente in estate leggo sempre molto, tuttavia durante queste vacanze pur essendomi portata almeno 3 libri non sono riuscita a portarne a termine nemmeno uno. Il caldo, i panorami meravigliosi ed i profumi del luogo in cui sono stata mi hanno totalmente distolta da quello che da sempre è uno dei miei intrattenimenti preferiti.

Un paio di giorni fa mi sono recata in Stazione Centrale a prendere la mia migliore Amica che finalmente rientrava in città, nell’attesa sono entrata con aria quasi distratta alla Feltrinelli, non avevo bene in mente il titolo di quello che stavo cercando, ricordavo solo vagamente la casa editrice, quando mi sono imbattuta nella copertina che vedete qui sotto.

img_5555

“Il Giovane Robot” di Sakumoto Yōsuke. Edizioni e/o

Subito sono stata incuriosita. Non si giudica un libro dalla sua copertina: corretto. Ma ciò non toglie che sia proprio questa talvolta ad attrarci. Dalla trama non ero riuscita a comprendere se si trattasse di un racconto di fantascienza o qualcosa di differente.

Non ne conoscevo l’autore: Sakumoto Yōsuke, in quarta di copertina è indicato che a 19 anni è stato colpito da una forma di schizofrenia con la quale lotta da anni, ma che ha vinto proprio con questo romanzo un importante premio per autori emergenti.

“Il Giovane Robot” si chiama Rei, veste i panni di uno studente sedicenne ed è progettato per assolvere una missione ambiziosa: portare la felicità agli esseri umani.

Sin dalle prime pagine Rei puntualizza la sua condizione con queste parole:

«Il mio aspetto è quasi uguale a quello umano. Mi rendo conto, però, di essere diverso, perché non provo sentimenti. Se esistessero robot uguali agli umani perfino in questo, come potrebbero avere coscienza di sé in quanto automi?».

Rei non perde mai di vista l’obiettivo per il quale è stato progettato, pagina dopo pagina mi ha accompagnata nella sua quotidianità, sui banchi di scuola, mentre cerca di farsi degli amici non per se stesso ma perchè è così che deve comportarsi per rendere felici i suoi compagni di scuola. E’ studioso e bravo nel ping pong, ma sta attento a non eccedere ovviamente.

E’ di bell’aspetto, riscuote persino un discreto successo con le ragazze, cio nonostante sa fin da subito che non possono esserci relazioni tra gli esseri umani ed i robots. L’impegno che impiega da quando si “accende” è lodevole, un perfetto adolescente giapponese.

E’ tutto qui? La storia già vista e letta in decina di libri, film, manga, serie tv? Il robot che magari può iniziare a provare qualcosa?

No. Non è affatto tutto qui.

Ho terminato la lettura in due giorni, emozionandomi come il protagonista non avrebbe potuto fare (dal momento che non può provare nulla, giusto?). Tuttavia riga dopo riga, pagina dopo pagina gli strati di lettura si moltiplicano, il punto di vista viene allargato, il sorriso iniziale, pur non abbandonandomi totalmente si è trasformato in apprensione.

Rei si trova a dover fare i conti con la complessità dei fragili equilibri che costituiscono le relazioni di qualsiasi natura esse siano; le situazioni inattese si innescano pur impegnandosi al massimo e faranno si che le domande che egli si pone prima di “spegnersi” ogni sera per il riposo di cui necessita siano sempre più simili a quelle degli esseri umani.

Fin dai primi capitoli ci si chiede chi sia quell’uomo dai vestiti sporchi e con un berretto di lana che pare sorvegliarlo da lontano, quando rientra a casa. Che si tratti di qualcuno a conoscenza della sua natura nonostante le attenzioni di Rei nel tenerla segreta?

Mi piacerebbe poter raccontare altro, ma mi rendo conto che non sarebbe corretto. Lo consiglio vivamente a chiunque voglia intraprendere una lettura scorrevole ma non banale. Lo stile narrativo è semplice e adatto a tutti. I temi trattati, così come la storia, ci riguardano indipendentemente dalla nostra età e da quanti anni abbiamo terminato la scuola: proprio perchè di animo umano si tratta.

Uno spaccato della società giapponese già sovente definita “robotica” per i suoi atteggiamenti e rettitudine, quanto bisogna essere perfetti per integrarsi e sopravvivere?

Sakumoto Yōsuke è dotato di una  sapienza narrativa che nella sua semplicità riesce a conciliare non solo i sentimenti, ma anche i drammi dell’esistenza con quel pizzico di humour collocato sempre al posto giusto, mai forzato o esagerato. E’ una sensibilità e delicatezza  tipica di alcuni autori Nipponici, che qui ho ritrovato piacevolmente.

Spero di cuore di poter leggere presto una nuova opera di questo scrittore.

img_5549

Quarta di Copertina

 

 

Credits: “Il Giovane Robot” di Sakumoto Yōsuke. Edizioni e/o

Sito casa editrice dedicata al libro dove è possibile acquistare l’edizione brossurata ed in formato ebook:  https://www.edizionieo.it/catalogue/reply/faa7a2a62f8e773007b2216dc9463250/p1

 

 

Pianificando Settembre

Mancano meno di 2 mesi alla prossimo atterraggio!

img_4317

Agenda dove adoro appuntare ogni cosa, idea, lista impegni!

A metà settembre sarò infatti pronta per il mio nuovo timbro sul passaporto.

Non amo pianificare i soggiorni nel dettaglio eppure quando si tratta di un paio di settimane soltanto si rende necessario farlo.

Anche questa volta l’alloggio che mi ospiterà sarà un piccolo appartamento nel cuore pulsante di Shinjuku, a pochi passi dalla Golden Gai e pochi minuti a piedi dalla stazione della JR Line. Ho prenotato su Airbnb: fino a qualche tempo fa riuscire ad affittare un appartamento per brevi periodi era alquanto complesso, in parte per la complessità di alcuni siti, (caparre da dare, fees complessi da calcolare ecc), ma adesso è decisamente semplice per chiunque su talune piattaforme.
Non voglio fare pubblicità gratuita, ciò nonostante non posso fare a meno di manifestare il mio entusiasmo quando si tratta di siti web semplici da consultare, pieni di foto, recensioni e dove vengono accettate praticamente tutte le modalità di pagamento!

Detto questo, sebbene si tratti di “solo” 2 settimane di soggiorno, mi sono munita di Japan Rail Pass, il biglietto magico che consente di spostarsi liberamente usufruendo di treni JR per un periodo dai 7\14\21 giorni. E’ possibile acquistarlo on line, in numerose agenzie di viaggio e da quest’anno anche direttamente in Giappone (cosa che tuttavia sconsiglio al momento, dato che costa circa il 20% in meno se lo si acquista dall’Italia).
Mi rendo conto che si tratti di un’opzione costosa, però se si ha intenzione di fare anche solo un’escursione non necessariamente troppo distante è decisamente più conveniente del biglietto normale. Basti pensare che già solo la tratta Tokyo-Kyoto risulta costare tanto quanto il JRP con validità di 7 giorni.

Da questo si evince che…. A settembre non solo Shinjuku: ma Hakone, Nagoya, Yokohama ed Hiroshima.

Non sono mai riuscita a scorgere il monte Fuji se non di sfuggita, il poterlo osservare da vicino e sostare in un ryokan ai suoi piedi è un’esperienza che credo mi emozionerà moltissimo e non vedo l’ora di provarla. Potrà sembrare infantile, eppure il Fuji San è una presenza così costante in tutti quegli anime che guardavo da bambina: in alcuni casi era lo sfondo di una storia d’amore ai tempi della guerra, in altri la base da dove uscivano robot fantasmagorici. Lo stesso si può dire delle terme: quante volte i nostri beniamini si recavano con la classe in gita? E quante volte ho letto in svariati libri di quanto possa essere ritemprante immergersi nelle acque di sorgenti naturalmente calde… Si: Hakone ha aspettato fin troppo a lungo la mia visita e questa volta mi sento in dovere di rimendiare.

Nagoya: ci sono stata anche l’anno scorso e a detta di molti non è una città che valga necessariamente la pena di visitare, eccezione fatta per il suo famoso castello.
Quello che so è che mi ci sono trovata bene, la giornata allora fu splendida, tirava una brezza delicata e la trovai una città decisamente vivibile ed ariosa. Ci tornerò molto volentieri, inoltre alcuni dei miei negozi preferiti si trovano proprio qui pertanto un salto mi pare doveroso!

img_6837

Scorcio di una passeggiata per Nag-oya

 

Yokohama: in realtà si potrebbe considerare Tokyo, ma per me rappresenta una vera e propria gita fuori porta! Ho in programma una bella passeggiata al porto ed il resto della giornata a ChinaTown! Il cibo cinese che si degusta in Giappone è totalmente diverso da quello al quale siamo avvezzi, personalmente lo trovo delizioso e molto più gustoso rispetto a quello che mangiamo abitualmente in Italia; insomma ne vale decisamente la pena, anche solo per passeggiare per le stradine annusando l’aria profumata di cibo invitandoci ad assaggiare almeno qualcosa di street food!
A Yokohama c’è anche il museo del Ramen, sia di quello istantaneo (dove sono entrata solo per curiosità, ma non ho acquistato un biglietto per cui non saprei recensirlo come si conviene), sia quello del Ramen tradizionale, che invece mi sento di consigliare vivamente! Non soltanto per assaggiare i diversi tipi di questo piatto che viene preparato in maniere differenti a seconda della zona, ma anche semplicemente per godersi la splendida ricostruzione di un Giappone antico, avendo la sensazione di fare un tuffo nel passato.

img_4577

Yokohama

 

Infine mi recherò per la prima volta ad Hiroshima e Miyajima. Non so esattamente cosa aspettarmi da questi luoghi, una parte di me è essenzialmente timorosa e spaventata. Talvolta ci si ritrova a fare i conti con la propria sensibilità, soprassedendo su luoghi ed azioni che potrebbero in qualche modo farci provare del dolore.
In passato mi è capitato di fare degli incubi dove i protagonisti erano bambini ed anziani che spegnevano la propria esistenza in maniera raccapricciante, quando ne parlai con un’amica mi chiese se fosse per via di quanto accaduto ad Hiroshima. Non saprei rispondere, non ho mai visitato il famoso museo ne ho mai respirato l’aria di quel luogo. Ma ci andrò e visiterò quello che mi sentirò di vedere. Ad addolcire la mia paura delle eventuali sensazioni vi sarà poi qualcosa di meraviglioso per me: un live del mio artista preferito. (Il motivo principale per il quale normalmente finisco per attraversare l’oceano).
Si tratta di un live che si svolgerà in un pub, al quale per partecipare ho dovuto partecipare ad una lotteria dove per la prima volta nella storia ho vinto il biglietto numero 1.
Quando ho ricevuto la mail di conferma ho quasi pianto mentre leggevo e rileggevo più volte convinta di aver in qualche modo compreso male.
In Giappone quando ci si reca ad un concerto si accede in ordine di numero di biglietto. Direi che questa affermazione basta a chiarificare la mia gioia: sarò la prima ad entrare e potrò piazzarmi comodamente davanti al microfono.

I concerti in Giappone: quale universo differente dal nostro. Entrare uno alla volta con ordine numerico, sistemarsi con calma dove si desidera (che ci crediate o meno ci sono persone che si piazzano dietro e contro i muri), appoggiare la borsa per terra come segnaposto, andare a prendere un drink e tornare al proprio sito senza che nessuno abbia spostato, sfiorato o guardato quello che abbiamo lasciato in terra. Ne rimasi sconvolta quando me lo raccontarono.

Concludo lasciando qualche link utile inerente questo post: mi hanno fatto notare che sarebbe gradito, indi per cui eccoli:

Questo è il sito dal quale normalmente acquisto i Japan Rail Pass, ma ve ne sono altri ed i prezzi si equivalgono.
https://www.japan-rail-pass.it/

Di seguito il sito ufficiale del Ramen Museum di Yokohama (in Inglese)
http://www.raumen.co.jp/english/

Akihabara…. alla ricerca di un lettore CD!

akiba2

Entrata stazione lato Electric Town

Ci sono dei giorni in cui mi sveglio con un desiderio spasmodico di passeggiare per le strade di Akiba, arrampicarmi su per i negozi che si sviluppano in altezza, fare shopping in quegli esercizi che da ragazzina mi sarei solo sognata…. ecco, questo è uno di quei giorni.

Adesso riesco a muovermi abbastanza facilmente in questa zona, ho trovato la via più breve per raggiungerla da Shinjuku spendendo lo stesso prezzo ed una volta arrivata basta seguire i cartelli Electric Town per ritrovarsi nel paese dei balocchi.

Perchè si, la vita notturna è bella e difficilmente vado a dormire presto quando mi trovo a Tokyo, tuttavia parliamo di quella che per molti rappresenta una sorta di Mecca dell’intrattenimento.

Sono sempre stata una fan di manga, animazione, action figure, negli ultimi anni ho iniziato a collezionare bambole di diverso genere e chi mi conosce sa quanto io sia orgogliosa di essere nata il 30 Giugno come la paladina della legge che veste alla marinara, pertanto non stupisce la mia affezione per questo distretto.

La prima volta che mi ci recai rimasi totalmente inebetita e nel giro di qualche ora mi sentii totalmente ubriaca senza aver ingerito nulla.

Se si imbocca l’uscita giusta la prima cosa che si vede nella piazzetta è il Gundam Cafè, ecco, io ci piansi davanti per l’emozione quando mi ci trovai di fronte. Ed io non sono una grande fan di Gundam, tuttavia rappresenta un’era, un pensiero, un’avventura, un mondo; quindi si, mi salì qualche lacrimuccia ma non entrai a bermi un caffè, non ero ancora pronta. Quel primo giorno non riuscii ad acquistare nulla, entravo ed uscivo dai negozi, camminavo con il naso per aria e le musichette che si alternavano da un locale all’altro acuivano il senso di ebbrezza che di lì a poco mi avrebbe sfiancata. Troppe luci, troppe musiche, troppi colori, troppi profumi (un pò forse anche troppa gente?).

akiba

Scorcio della strada principale

Pensi di essere un mezzo otaku (parola decisamente travisata in occidente, meglio non usarla in loco poichè delinea quasi una patologia che è ben lontano dal modo di vivere questo hobby oltreoceano, poi girando per le strade riconosci soltanto i personaggi di Final Fantasy e Yotsuba: questo fu un pò frustrante e ti chiedi “oddio che mi sono perso? Chi sono questi? Voglio vedere tutto!!”

Entravo nei negozi di videogiochi e ne uscivo con una nuova missione: imparare perfettamente il Giapponese per poter giocare a tutti i simulatori di appuntamento e giochi di ruolo per tutte le console sul mercato.  Mi sentivo talmente frastornata che ho pochissime foto di quel primo giorno.

Negli anni ci sono tornata decine di volte ma quel senso di ebbrezza al termine di un pomeriggio trascorso ad Akiba torna sempre a bussare alla mia testa.

Mi ricordo che nel 2012 a maggio ero a Tokyo da sola, avevo pochi soldi e stavo aspettando il 15 del mese per avere finalmente l’accredito dello stipendio, mi serviva disperatamente un lettore cd/dvd e contavo i giorni che mi separavano dalla data fatidica. Mi ero fatta dei giri per la città e in wishlist c’erano due cose: svaligiare i negozi musicali di Shinjuku e acquistare un lettore per poterli ascoltare.

A causa del fuso orario potei prelevare soltanto la notte tra il 15 ed il 16. Ero talmente euforica che dormii 3 ore e la mattina alle 7  correvo (non è vero, camminavo normalmente ma nella mia testa era come se stessi saltellando circondata da fiorellini e stelline colorate) verso la stazione. Ovviamente non avendo ancora scoperto la linea più breve presi il treno che ci metteva 40 minuti. Il sole era già alto nel cielo, la metropolitana era piena ma mi stupii del fatto di essere la sola a scendere ad Akiba. “Ma come? Di solito c’è molta più gente che scende qui, sono già quasi le 8 insomma…”

Quando imboccai l’uscita della stazione rimasi destabilizzata: non c’era nessuno. Mi voltai a controllare la scritta alle mie spalle, ero ad Akihabara senza alcun dubbio e davanti a me c’era il Gundam Cafè chiuso.  Un pò perplessa ma ancora fortemente motivata iniziai a passeggiare per le strade deserte, non ci misi molto a comprendere che i negozi aprono quasi tutti alle 11, molti a mezzogiorno, alcuni (rarissimi) alle 10. Sospirai e mi chiusi all’Excelsior cafè a leggere recensioni su dove acquistare a prezzi convenienti un lettore portatile.

Ero così euforica e piena di energia quel giorno che quando uscii di casa non mi soffermai nemmeno un istante a pensare ad un’evenienza del genere; mi trovavo a Tokyo da due settimane nelle quali avevo sempre trovato tutto aperto, in qualsiasi momento del giorno e della notte. Com’era possibile che Akiba dormisse fino alle 11 del mattino? A metà del mio Iced Coffee ebbi l’illuminazione: ero stata sempre in giro soltanto di pomeriggio e sera. Anche Kabukichou si sveglia tardi ma non avevo ancora avuto modo di accorgermene. Terminai il mio caffè e verso le 10 uscii in cerca del Laox, che pur avendo un insegna enorme decise di nascondersi alla mia vista per cui andai in direzione opposta.

Non ero mai entrata prima in negozi di elettronica così vasti e quello che sembrava dover essere un normale acquisto si rivelò più complesso del previsto. Girai diversi esercizi prima di trovare quello che faceva per me, l’articolo in questione pareva essere più costoso di quanto mi aspettassi ma volevo portare a termine la missione quindi entravo ovunque e mi appuntavo i prezzi più bassi. Nel frattempo il quartiere si stava svegliando, molti negozi avevano già alzato le saracinesche e la strada principale andava popolandosi lentamente. Dal momento che avevo percorso quasi tutta la strada principale dal un lato decisi di attraversare e farla a ritroso per visitare i negozi che nel frattempo avrebbero aperto, ne girai un paio e poi scorsi il famoso negozio che cercavo: era davanti alla stazione. Proprio davanti, come avevo potuto non vederlo? Evidentemente fintanto che non arriva l’orario di apertura rimane occultato come la libreria di Ikebukuro.

laox

Il Laox di Akihabara – immagine acquisita dal sito ufficiale

Inutile dire che fu proprio qui che trovai il mio meraviglioso, fantastico, superbo lettore DVD e DC portatile, acquistai un Sony in offerta con il tax free a circa 40 euro. Ero convinta di aver fatto l’acquisto del secolo, un vero affare, così saltellando nuovamente attorniata da fiorellini e stelline colorate (sempre nella mia testa, ovvio) tornai verso Shinjuku. Finalmente mi sarei potuta dare allo shopping nei negozi di musica. Avevo acquistato un apparecchio straordinario addirittura dotato di presa scart che avrei potuto collegare al televisore di camera mia (parliamo di un 15 pollici eh… non proprio uno schermo cinematorgrafico) per godermi così ore ed ore di dvd comodamente sdraiata sul tatami! Uno dei momenti più felici della mia vita.

Akihabara è una zona fantastica, e non è necessario essere appassionati di animazione per godersela e divertircisi per ore. A distanza di tempo ho imparato a farci delle vere e proprie toccate e fuga solo atte a visitare quei 3 negozi che mi interessano; ma ci sono forme di intrattenimento per tutti. Qualche volta ho pensato di fare una mappa ed inserirci quelli che sono per me i principali punti di interesse, ma purtroppo se ci so arrivare non li so trovare su un disegno e viceversa;  tuttavia a meno che si cerchi un negozio in particolare credo sia divertente passeggiare e scoprirla pezzetto per pezzetto.

Non ho ancora provato l’esperienza di sorseggiare qualcosa in un Maid Cafè, finisco sempre con il trovarli troppo costosi e una parte di me non sopporta le ragazze che parlano con la vocina stridula e gentile, temo che mi innervosirei e finirei con il trattarle malissimo. C’è un solo Maid Cafè che mi ha avuta come cliente una notte del 2016, ma si trova a Shinjuku ed ha un concept di base un pò diverso.

Akiba vanta anche numerosi locali ottimi dove mangiare, alcuni tra i ramen e i curry più buoni lo ho gustati proprio qui.

Le sale giochi sono sorprendenti e gli Ufo Catcha possono mandarvi sul lastrico ma vale la pena tentare almeno una volta di acchiappare un pupazzino carino della nostra serie preferita. Personalmente ho imparato quasi subito a starne lontana: non sono mai riuscita a prendere nulla che mi interessasse davvero, solo un paio di minuscole pecorelle di peluche color pastello. Tuttavia rimango estasiata ad osservare i ragazzini del posto che con tecnica impeccabile svaligiano gli espositori.  Mentre io sono talmente scarsa che un giorno mentre ci provavo con delle amiche da non so quanto è arrivato un commesso del negozio, dopo avermi chiesto quale mi piacesse ha aperto l’espositore e ha posizionato quello che volevo in modo che fosse più facile da far cadere. Dopo l’iniziale senso di umiliazione ho pensato che tuttosommato me l’ero già ampiamente pagato quel pupazzetto.

Ovviamente anche i posti “per adulti” non mancano, non mi riferisco soltanto a negozi di dvd, riviste ecc, ma a veri e propri mini market di sex toys divisi per pubblico di riferimento. E’ incredibile il numero di ragazze che vi si aggirano testando i vari giochi, da sole o con le amiche. A differenza dei negozi sul genere occidentali qui non ci si sente in difficoltà, è tutto colorato, le musiche divertenti : se non ci si sofferma ad osservare attentamente sembra quasi di essere in un negozio di caramelle. Uno di questi si trova proprio di fianco al famoso Laox….dovesse capitarvi lo consiglio sopratutto alle fanciulle poichè l’atmosfera giocosa che si respira non mette assolutamente a disagio. Inoltre essendo tutto diviso su più piani contrassegnati da simbolini che indicano se si tratta di settore per uomini o donne non si rischia di incorrere in non saprei nemmeno cosa, non avendo mai avuto accesso al piano dedicato ai maschietti!

Solo per i tabagisti Akiba è diventata leggermente ostile negli ultimi 2 anni: le smoking area sono sensibilmente diminuite e all’interno delle sale giochi sono sempre meno gli spazi appositi. Ovviamente nessuno fuma per la strada essendo proibito, ma ho imparato dai giapponesi a munirmi di posacenere portatile: questo consente di potersi fermare in viette nascoste o fuori dai conbini per una pausa sigaretta senza sporcare ed infrangere regole. Per quanto mi riguarda cerco sempre un angolino dove ci sia già qualcun altro che sta fumando, come se questo mi accomodasse quel minimo di autorizzazione necessaria. Nel dubbio rimangono sempre i caffè: lì la smoking area c’è sempre e gli aspiratori fanno miracoli.

Mentre scrivo questo articolo mi rendo conto di quanto altro ci sarebbe da dire e raccontare, nella vita si cambia spesso idea quindi parlerò ancora di Akihabara e preparerò quella mappa di cui accennavo. Senza contare che devo assolutamente fare nuove fotografie a riprova di questo scorcio di Paese delle Meraviglie!

Per concludere, a proposito del mio acquisto del secolo: solo molto, molto tempo dopo scoprii che il mio prodigioso lettore legge solo dvd asiatici per cui qui in Italia non posso nemmeno portarmelo da qualche parte con un paio di film da guardare. Ma non ha importanza, lo strabiliante Sony mi ha accompagnata in ogni mio successivo viaggio in Giappone ed assolve a pieni voti la sua missione: leggere i dvd e cd che acquisto in loco!

cd

Eccolo qui il Portento!!