Tokyo Soup – Ryu Murakami

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Se non temete un pugno nello stomaco, immagini forti e riflessioni disturbanti ma oneste sull’animo e la psiche umana: allora va bene, lasciatevi accompagnare da Kenji per le notti di Kabukichou, il distretto dell’intrattenimento a luci rosse (ma non solo), di Shinjuku

Kenji è un giovane ventenne che lavora come guida turistica (senza licenza) nei quartieri a luci rosse di Tokyo. La sua mansione consiste nell’interpretare ed assecondare i desideri dei suoi clienti, in modo tale da poterli accompagnare laddove costoro potranno trovare la soddisfazione dei loro istinti.

A sole tre notti dal Capodanno viene assunto da Frank, un turista americano come tanti se ne vedono, come tanti alla ricerca di sesso ed esperienze esotiche eppure…. fin dal principio Kenji sente qualcosa che non va, non si tratta di un evento od un atteggiamento particolare, nè di una frase o un atteggiamento insolito; tuttavia qualcosa nel nuovo cliente inquieta Kenji. Si tratta solo di paranoia date dal tipo di lavoro ed il naturale atteggiamento verso gli stranieri?

Non c’entra nulla il cadavere fatto a pezzi di una studentessa ritrovato poche sere prima, perchè mai Kenji dovrebbe associare un normale cliente ad un omicidio così efferato? Si tratta solo di un turista dopotutto, e la ragazza trovata a brandelli stava praticando “Enjou Kosai” (una forma di prostituzione particolarmente diffusa tra le giovani giapponesi) per cui nemmeno i media hanno indugiato troppo sulla notizia.

Non c’entrano le banconote sporche di sangue con le quali Frank, il nuovo cliente, paga in uno dei bar. La pelle levigata, lo sguardo annoiato, quella luce nello sguardo che talvolta pare spegnersi come un black out improvviso. Le piccole contraddizioni nei racconti di Frank non sono poi così importanti, dopotutto è un turista e sta pagando: può raccontarsi come preferisce, chi è mai Kenji per giudicarlo fintanto che paga?

Eppure il senso di disagio e paura cresce nella mente della voce narrante e nel lettore, pagina dopo pagina, l’inquietudine che qualcosa di tremendo ed irrimediabile stia per accadere diventa sempre più palpabile.

Si tratta davvero soltanto di paranoia?

Tokyo Soup non è soltanto un racconto giallo violento e brutale di quello che può accadere nelle notti di Shinjuku: è un viaggio ed una riflessione sulla la società giapponese da un punto di vista critico ed arrabbiato eppure rassegnato.

L’importanza delle tradizioni nonostante la miriade di priorità moderne, ed il fatto che esse persistano radicate nella coscienza di ogni individuo giapponese indipendentemente dal suo stile di vita non possono non affascinare. La descrizione dei suoni del capodanno, così come il profumo della zuppa di miso sarebbero normalmente fuori contesto in un libro del genere, eppure il tutto si amalgama in maniera coerente.

 

I soli 3 libri di questo meraviglioso autore pubblicati nella nostra lingua non solo sono fuori ristampa, ma introvabili e particolarmente costosi sul mercato dell’usato.

Tuttavia se li avete in qualche su qualche mensola dimenticata della libreria, se vi capita di intravederli in qualche negozio o bancarella non lasciateveli sfuggire, o quanto meno date loro una possibilità.

Tokyo Soup l’ho trovato usato su Amazon.it, se conoscete l’inglese non sarà invece particolarmente arduo procurarselo.

Infine, mi sento di consigliarlo caldamente a chiunque apprezzi la regia di Takashi Miike: Audition per esempio è tratto proprio dall’omonimo libro di Murakami.

 

Credits:

Fuori catalogo – Non ordinabile

  • Editore: Mondadori
  • Collana: Strade blu
  • Traduttori: Tashiro K., Bagnoli K.
  • Data di Pubblicazione: aprile 2006
  • Pagine: 232

 

Pochi giorni alla partenza

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Controllo sempre la scadenza anche se dovrei sapere che mancano diversi anni!

 

I giorni che precedono la partenza sono sempre intrisi di mille cose da fare… Ogni volta mi dico che non serve agitarsi, che andrà tutto bene e che se anche dovessi dimenticare qualcosa non mi sto recando su di un’isola deserta bensì in una megalopoli quale Tokyo.
Nonostante le raccomandazioni mi ritrovo comunque in stato di agitazione.
Le giornate si infittiscono di impegni pre e post lavoro, se deve capitare un imprevisto è certo che sarà in questi giorni.
A breve andró a stampare tutte le informazioni importanti di viaggio, dopodiché ho incastrato il parrucchiere (molte donne lo amano, per me è un supplizio, odio i posti in cui sai quando entri ma non quando e come ne uscirai), una seduta dall’estetista, una visita a mia madre (la quale ieri aveva urgenza che le prenotassi un volo per domenica), un incontro con la mia amica del cuore (che gentilmente mi presterà una valigia comoda che preparerei forse domani). Sempre oggi occorre fare un salto in farmacia, ho la prescrizione medica di farmaci senza i quali non potrei nemmeno avvicinarmi all’aeroporto, me lo dico da una settimana ma quando ho i soldi con me non trovo farmacie aperte…e quando non ne ho ovviamente si.

Segue il cambio di portafoglio, lasciare le cose inutili qui ed accertarsi di avere le carte giapponesi ed il passaporto al sicuro.

Ogni tanto butto un occhio all’agendina e controllo lo schedule, mai come quest’anno il Japan Rail Pass sarà stato così ben ammortizzato, il che significa anche che sarò una trottola da un punto all’altro. Si è aggiunta all’elenco dei posti dove andrò anche Fukuoka. Il motivo principale che mi spinge fin laggiù è un concerto, tuttavia ho appuntato diverse cose da vedere sopratutto la sera.

Tutta l’itinerario per queste due settimane si è parecchio infittito, tra il nuovo Gundam Unicorn in movimento e almeno quei cari amici da salutare si rischia di non riuscire a fare un all night come si deve al karaoke!

Il dilemma odierno, riguardando la lista delle cose da mettere in valigia è: cosa fare con il 3DS? Portarlo o non portarlo? So che pare un aggeggio piccolo e poco ingombrante, ma posso assicurare che la borsa di una donna può arrivare a pesi terrificanti ed ogni piccola cosa assume un peso specifico diverso dal normale.

L’orologio non segna nemmeno le 8 mentre scrivo questo articolo, ma sono al terzo caffè, doccia già fatta e mi appresto a mettermi in moto verso il primo impegno.

Ma: sono la persona più felice del mondo. L’ansia, il batticuore, i pensieri svaniranno presto, forse dovrei smetterci di combattere dal momento che ogni volta si ripete la medesima situazione. Inoltre a fine ottobre partirò nuovamente, si rischia di entrare in un loop che vorrei evitare. Non sono mai partita|ripartita a così breve distanza, ne farò un esperimento personale e vaglierò i miei stati d’animo con curiosità! Chissà, magari il 27 ottobre sarò la persona più tranquilla mai esistita.

Il Giovane Robot

Generalmente in estate leggo sempre molto, tuttavia durante queste vacanze pur essendomi portata almeno 3 libri non sono riuscita a portarne a termine nemmeno uno. Il caldo, i panorami meravigliosi ed i profumi del luogo in cui sono stata mi hanno totalmente distolta da quello che da sempre è uno dei miei intrattenimenti preferiti.

Un paio di giorni fa mi sono recata in Stazione Centrale a prendere la mia migliore Amica che finalmente rientrava in città, nell’attesa sono entrata con aria quasi distratta alla Feltrinelli, non avevo bene in mente il titolo di quello che stavo cercando, ricordavo solo vagamente la casa editrice, quando mi sono imbattuta nella copertina che vedete qui sotto.

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“Il Giovane Robot” di Sakumoto Yōsuke. Edizioni e/o

Subito sono stata incuriosita. Non si giudica un libro dalla sua copertina: corretto. Ma ciò non toglie che sia proprio questa talvolta ad attrarci. Dalla trama non ero riuscita a comprendere se si trattasse di un racconto di fantascienza o qualcosa di differente.

Non ne conoscevo l’autore: Sakumoto Yōsuke, in quarta di copertina è indicato che a 19 anni è stato colpito da una forma di schizofrenia con la quale lotta da anni, ma che ha vinto proprio con questo romanzo un importante premio per autori emergenti.

“Il Giovane Robot” si chiama Rei, veste i panni di uno studente sedicenne ed è progettato per assolvere una missione ambiziosa: portare la felicità agli esseri umani.

Sin dalle prime pagine Rei puntualizza la sua condizione con queste parole:

«Il mio aspetto è quasi uguale a quello umano. Mi rendo conto, però, di essere diverso, perché non provo sentimenti. Se esistessero robot uguali agli umani perfino in questo, come potrebbero avere coscienza di sé in quanto automi?».

Rei non perde mai di vista l’obiettivo per il quale è stato progettato, pagina dopo pagina mi ha accompagnata nella sua quotidianità, sui banchi di scuola, mentre cerca di farsi degli amici non per se stesso ma perchè è così che deve comportarsi per rendere felici i suoi compagni di scuola. E’ studioso e bravo nel ping pong, ma sta attento a non eccedere ovviamente.

E’ di bell’aspetto, riscuote persino un discreto successo con le ragazze, cio nonostante sa fin da subito che non possono esserci relazioni tra gli esseri umani ed i robots. L’impegno che impiega da quando si “accende” è lodevole, un perfetto adolescente giapponese.

E’ tutto qui? La storia già vista e letta in decina di libri, film, manga, serie tv? Il robot che magari può iniziare a provare qualcosa?

No. Non è affatto tutto qui.

Ho terminato la lettura in due giorni, emozionandomi come il protagonista non avrebbe potuto fare (dal momento che non può provare nulla, giusto?). Tuttavia riga dopo riga, pagina dopo pagina gli strati di lettura si moltiplicano, il punto di vista viene allargato, il sorriso iniziale, pur non abbandonandomi totalmente si è trasformato in apprensione.

Rei si trova a dover fare i conti con la complessità dei fragili equilibri che costituiscono le relazioni di qualsiasi natura esse siano; le situazioni inattese si innescano pur impegnandosi al massimo e faranno si che le domande che egli si pone prima di “spegnersi” ogni sera per il riposo di cui necessita siano sempre più simili a quelle degli esseri umani.

Fin dai primi capitoli ci si chiede chi sia quell’uomo dai vestiti sporchi e con un berretto di lana che pare sorvegliarlo da lontano, quando rientra a casa. Che si tratti di qualcuno a conoscenza della sua natura nonostante le attenzioni di Rei nel tenerla segreta?

Mi piacerebbe poter raccontare altro, ma mi rendo conto che non sarebbe corretto. Lo consiglio vivamente a chiunque voglia intraprendere una lettura scorrevole ma non banale. Lo stile narrativo è semplice e adatto a tutti. I temi trattati, così come la storia, ci riguardano indipendentemente dalla nostra età e da quanti anni abbiamo terminato la scuola: proprio perchè di animo umano si tratta.

Uno spaccato della società giapponese già sovente definita “robotica” per i suoi atteggiamenti e rettitudine, quanto bisogna essere perfetti per integrarsi e sopravvivere?

Sakumoto Yōsuke è dotato di una  sapienza narrativa che nella sua semplicità riesce a conciliare non solo i sentimenti, ma anche i drammi dell’esistenza con quel pizzico di humour collocato sempre al posto giusto, mai forzato o esagerato. E’ una sensibilità e delicatezza  tipica di alcuni autori Nipponici, che qui ho ritrovato piacevolmente.

Spero di cuore di poter leggere presto una nuova opera di questo scrittore.

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Quarta di Copertina

 

 

Credits: “Il Giovane Robot” di Sakumoto Yōsuke. Edizioni e/o

Sito casa editrice dedicata al libro dove è possibile acquistare l’edizione brossurata ed in formato ebook:  https://www.edizionieo.it/catalogue/reply/faa7a2a62f8e773007b2216dc9463250/p1

 

 

Pianificando Settembre

Mancano meno di 2 mesi alla prossimo atterraggio!

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Agenda dove adoro appuntare ogni cosa, idea, lista impegni!

A metà settembre sarò infatti pronta per il mio nuovo timbro sul passaporto.

Non amo pianificare i soggiorni nel dettaglio eppure quando si tratta di un paio di settimane soltanto si rende necessario farlo.

Anche questa volta l’alloggio che mi ospiterà sarà un piccolo appartamento nel cuore pulsante di Shinjuku, a pochi passi dalla Golden Gai e pochi minuti a piedi dalla stazione della JR Line. Ho prenotato su Airbnb: fino a qualche tempo fa riuscire ad affittare un appartamento per brevi periodi era alquanto complesso, in parte per la complessità di alcuni siti, (caparre da dare, fees complessi da calcolare ecc), ma adesso è decisamente semplice per chiunque su talune piattaforme.
Non voglio fare pubblicità gratuita, ciò nonostante non posso fare a meno di manifestare il mio entusiasmo quando si tratta di siti web semplici da consultare, pieni di foto, recensioni e dove vengono accettate praticamente tutte le modalità di pagamento!

Detto questo, sebbene si tratti di “solo” 2 settimane di soggiorno, mi sono munita di Japan Rail Pass, il biglietto magico che consente di spostarsi liberamente usufruendo di treni JR per un periodo dai 7\14\21 giorni. E’ possibile acquistarlo on line, in numerose agenzie di viaggio e da quest’anno anche direttamente in Giappone (cosa che tuttavia sconsiglio al momento, dato che costa circa il 20% in meno se lo si acquista dall’Italia).
Mi rendo conto che si tratti di un’opzione costosa, però se si ha intenzione di fare anche solo un’escursione non necessariamente troppo distante è decisamente più conveniente del biglietto normale. Basti pensare che già solo la tratta Tokyo-Kyoto risulta costare tanto quanto il JRP con validità di 7 giorni.

Da questo si evince che…. A settembre non solo Shinjuku: ma Hakone, Nagoya, Yokohama ed Hiroshima.

Non sono mai riuscita a scorgere il monte Fuji se non di sfuggita, il poterlo osservare da vicino e sostare in un ryokan ai suoi piedi è un’esperienza che credo mi emozionerà moltissimo e non vedo l’ora di provarla. Potrà sembrare infantile, eppure il Fuji San è una presenza così costante in tutti quegli anime che guardavo da bambina: in alcuni casi era lo sfondo di una storia d’amore ai tempi della guerra, in altri la base da dove uscivano robot fantasmagorici. Lo stesso si può dire delle terme: quante volte i nostri beniamini si recavano con la classe in gita? E quante volte ho letto in svariati libri di quanto possa essere ritemprante immergersi nelle acque di sorgenti naturalmente calde… Si: Hakone ha aspettato fin troppo a lungo la mia visita e questa volta mi sento in dovere di rimendiare.

Nagoya: ci sono stata anche l’anno scorso e a detta di molti non è una città che valga necessariamente la pena di visitare, eccezione fatta per il suo famoso castello.
Quello che so è che mi ci sono trovata bene, la giornata allora fu splendida, tirava una brezza delicata e la trovai una città decisamente vivibile ed ariosa. Ci tornerò molto volentieri, inoltre alcuni dei miei negozi preferiti si trovano proprio qui pertanto un salto mi pare doveroso!

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Scorcio di una passeggiata per Nag-oya

 

Yokohama: in realtà si potrebbe considerare Tokyo, ma per me rappresenta una vera e propria gita fuori porta! Ho in programma una bella passeggiata al porto ed il resto della giornata a ChinaTown! Il cibo cinese che si degusta in Giappone è totalmente diverso da quello al quale siamo avvezzi, personalmente lo trovo delizioso e molto più gustoso rispetto a quello che mangiamo abitualmente in Italia; insomma ne vale decisamente la pena, anche solo per passeggiare per le stradine annusando l’aria profumata di cibo invitandoci ad assaggiare almeno qualcosa di street food!
A Yokohama c’è anche il museo del Ramen, sia di quello istantaneo (dove sono entrata solo per curiosità, ma non ho acquistato un biglietto per cui non saprei recensirlo come si conviene), sia quello del Ramen tradizionale, che invece mi sento di consigliare vivamente! Non soltanto per assaggiare i diversi tipi di questo piatto che viene preparato in maniere differenti a seconda della zona, ma anche semplicemente per godersi la splendida ricostruzione di un Giappone antico, avendo la sensazione di fare un tuffo nel passato.

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Yokohama

 

Infine mi recherò per la prima volta ad Hiroshima e Miyajima. Non so esattamente cosa aspettarmi da questi luoghi, una parte di me è essenzialmente timorosa e spaventata. Talvolta ci si ritrova a fare i conti con la propria sensibilità, soprassedendo su luoghi ed azioni che potrebbero in qualche modo farci provare del dolore.
In passato mi è capitato di fare degli incubi dove i protagonisti erano bambini ed anziani che spegnevano la propria esistenza in maniera raccapricciante, quando ne parlai con un’amica mi chiese se fosse per via di quanto accaduto ad Hiroshima. Non saprei rispondere, non ho mai visitato il famoso museo ne ho mai respirato l’aria di quel luogo. Ma ci andrò e visiterò quello che mi sentirò di vedere. Ad addolcire la mia paura delle eventuali sensazioni vi sarà poi qualcosa di meraviglioso per me: un live del mio artista preferito. (Il motivo principale per il quale normalmente finisco per attraversare l’oceano).
Si tratta di un live che si svolgerà in un pub, al quale per partecipare ho dovuto partecipare ad una lotteria dove per la prima volta nella storia ho vinto il biglietto numero 1.
Quando ho ricevuto la mail di conferma ho quasi pianto mentre leggevo e rileggevo più volte convinta di aver in qualche modo compreso male.
In Giappone quando ci si reca ad un concerto si accede in ordine di numero di biglietto. Direi che questa affermazione basta a chiarificare la mia gioia: sarò la prima ad entrare e potrò piazzarmi comodamente davanti al microfono.

I concerti in Giappone: quale universo differente dal nostro. Entrare uno alla volta con ordine numerico, sistemarsi con calma dove si desidera (che ci crediate o meno ci sono persone che si piazzano dietro e contro i muri), appoggiare la borsa per terra come segnaposto, andare a prendere un drink e tornare al proprio sito senza che nessuno abbia spostato, sfiorato o guardato quello che abbiamo lasciato in terra. Ne rimasi sconvolta quando me lo raccontarono.

Concludo lasciando qualche link utile inerente questo post: mi hanno fatto notare che sarebbe gradito, indi per cui eccoli:

Questo è il sito dal quale normalmente acquisto i Japan Rail Pass, ma ve ne sono altri ed i prezzi si equivalgono.
https://www.japan-rail-pass.it/

Di seguito il sito ufficiale del Ramen Museum di Yokohama (in Inglese)
http://www.raumen.co.jp/english/

Akihabara…. alla ricerca di un lettore CD!

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Entrata stazione lato Electric Town

Ci sono dei giorni in cui mi sveglio con un desiderio spasmodico di passeggiare per le strade di Akiba, arrampicarmi su per i negozi che si sviluppano in altezza, fare shopping in quegli esercizi che da ragazzina mi sarei solo sognata…. ecco, questo è uno di quei giorni.

Adesso riesco a muovermi abbastanza facilmente in questa zona, ho trovato la via più breve per raggiungerla da Shinjuku spendendo lo stesso prezzo ed una volta arrivata basta seguire i cartelli Electric Town per ritrovarsi nel paese dei balocchi.

Perchè si, la vita notturna è bella e difficilmente vado a dormire presto quando mi trovo a Tokyo, tuttavia parliamo di quella che per molti rappresenta una sorta di Mecca dell’intrattenimento.

Sono sempre stata una fan di manga, animazione, action figure, negli ultimi anni ho iniziato a collezionare bambole di diverso genere e chi mi conosce sa quanto io sia orgogliosa di essere nata il 30 Giugno come la paladina della legge che veste alla marinara, pertanto non stupisce la mia affezione per questo distretto.

La prima volta che mi ci recai rimasi totalmente inebetita e nel giro di qualche ora mi sentii totalmente ubriaca senza aver ingerito nulla.

Se si imbocca l’uscita giusta la prima cosa che si vede nella piazzetta è il Gundam Cafè, ecco, io ci piansi davanti per l’emozione quando mi ci trovai di fronte. Ed io non sono una grande fan di Gundam, tuttavia rappresenta un’era, un pensiero, un’avventura, un mondo; quindi si, mi salì qualche lacrimuccia ma non entrai a bermi un caffè, non ero ancora pronta. Quel primo giorno non riuscii ad acquistare nulla, entravo ed uscivo dai negozi, camminavo con il naso per aria e le musichette che si alternavano da un locale all’altro acuivano il senso di ebbrezza che di lì a poco mi avrebbe sfiancata. Troppe luci, troppe musiche, troppi colori, troppi profumi (un pò forse anche troppa gente?).

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Scorcio della strada principale

Pensi di essere un mezzo otaku (parola decisamente travisata in occidente, meglio non usarla in loco poichè delinea quasi una patologia che è ben lontano dal modo di vivere questo hobby oltreoceano, poi girando per le strade riconosci soltanto i personaggi di Final Fantasy e Yotsuba: questo fu un pò frustrante e ti chiedi “oddio che mi sono perso? Chi sono questi? Voglio vedere tutto!!”

Entravo nei negozi di videogiochi e ne uscivo con una nuova missione: imparare perfettamente il Giapponese per poter giocare a tutti i simulatori di appuntamento e giochi di ruolo per tutte le console sul mercato.  Mi sentivo talmente frastornata che ho pochissime foto di quel primo giorno.

Negli anni ci sono tornata decine di volte ma quel senso di ebbrezza al termine di un pomeriggio trascorso ad Akiba torna sempre a bussare alla mia testa.

Mi ricordo che nel 2012 a maggio ero a Tokyo da sola, avevo pochi soldi e stavo aspettando il 15 del mese per avere finalmente l’accredito dello stipendio, mi serviva disperatamente un lettore cd/dvd e contavo i giorni che mi separavano dalla data fatidica. Mi ero fatta dei giri per la città e in wishlist c’erano due cose: svaligiare i negozi musicali di Shinjuku e acquistare un lettore per poterli ascoltare.

A causa del fuso orario potei prelevare soltanto la notte tra il 15 ed il 16. Ero talmente euforica che dormii 3 ore e la mattina alle 7  correvo (non è vero, camminavo normalmente ma nella mia testa era come se stessi saltellando circondata da fiorellini e stelline colorate) verso la stazione. Ovviamente non avendo ancora scoperto la linea più breve presi il treno che ci metteva 40 minuti. Il sole era già alto nel cielo, la metropolitana era piena ma mi stupii del fatto di essere la sola a scendere ad Akiba. “Ma come? Di solito c’è molta più gente che scende qui, sono già quasi le 8 insomma…”

Quando imboccai l’uscita della stazione rimasi destabilizzata: non c’era nessuno. Mi voltai a controllare la scritta alle mie spalle, ero ad Akihabara senza alcun dubbio e davanti a me c’era il Gundam Cafè chiuso.  Un pò perplessa ma ancora fortemente motivata iniziai a passeggiare per le strade deserte, non ci misi molto a comprendere che i negozi aprono quasi tutti alle 11, molti a mezzogiorno, alcuni (rarissimi) alle 10. Sospirai e mi chiusi all’Excelsior cafè a leggere recensioni su dove acquistare a prezzi convenienti un lettore portatile.

Ero così euforica e piena di energia quel giorno che quando uscii di casa non mi soffermai nemmeno un istante a pensare ad un’evenienza del genere; mi trovavo a Tokyo da due settimane nelle quali avevo sempre trovato tutto aperto, in qualsiasi momento del giorno e della notte. Com’era possibile che Akiba dormisse fino alle 11 del mattino? A metà del mio Iced Coffee ebbi l’illuminazione: ero stata sempre in giro soltanto di pomeriggio e sera. Anche Kabukichou si sveglia tardi ma non avevo ancora avuto modo di accorgermene. Terminai il mio caffè e verso le 10 uscii in cerca del Laox, che pur avendo un insegna enorme decise di nascondersi alla mia vista per cui andai in direzione opposta.

Non ero mai entrata prima in negozi di elettronica così vasti e quello che sembrava dover essere un normale acquisto si rivelò più complesso del previsto. Girai diversi esercizi prima di trovare quello che faceva per me, l’articolo in questione pareva essere più costoso di quanto mi aspettassi ma volevo portare a termine la missione quindi entravo ovunque e mi appuntavo i prezzi più bassi. Nel frattempo il quartiere si stava svegliando, molti negozi avevano già alzato le saracinesche e la strada principale andava popolandosi lentamente. Dal momento che avevo percorso quasi tutta la strada principale dal un lato decisi di attraversare e farla a ritroso per visitare i negozi che nel frattempo avrebbero aperto, ne girai un paio e poi scorsi il famoso negozio che cercavo: era davanti alla stazione. Proprio davanti, come avevo potuto non vederlo? Evidentemente fintanto che non arriva l’orario di apertura rimane occultato come la libreria di Ikebukuro.

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Il Laox di Akihabara – immagine acquisita dal sito ufficiale

Inutile dire che fu proprio qui che trovai il mio meraviglioso, fantastico, superbo lettore DVD e DC portatile, acquistai un Sony in offerta con il tax free a circa 40 euro. Ero convinta di aver fatto l’acquisto del secolo, un vero affare, così saltellando nuovamente attorniata da fiorellini e stelline colorate (sempre nella mia testa, ovvio) tornai verso Shinjuku. Finalmente mi sarei potuta dare allo shopping nei negozi di musica. Avevo acquistato un apparecchio straordinario addirittura dotato di presa scart che avrei potuto collegare al televisore di camera mia (parliamo di un 15 pollici eh… non proprio uno schermo cinematorgrafico) per godermi così ore ed ore di dvd comodamente sdraiata sul tatami! Uno dei momenti più felici della mia vita.

Akihabara è una zona fantastica, e non è necessario essere appassionati di animazione per godersela e divertircisi per ore. A distanza di tempo ho imparato a farci delle vere e proprie toccate e fuga solo atte a visitare quei 3 negozi che mi interessano; ma ci sono forme di intrattenimento per tutti. Qualche volta ho pensato di fare una mappa ed inserirci quelli che sono per me i principali punti di interesse, ma purtroppo se ci so arrivare non li so trovare su un disegno e viceversa;  tuttavia a meno che si cerchi un negozio in particolare credo sia divertente passeggiare e scoprirla pezzetto per pezzetto.

Non ho ancora provato l’esperienza di sorseggiare qualcosa in un Maid Cafè, finisco sempre con il trovarli troppo costosi e una parte di me non sopporta le ragazze che parlano con la vocina stridula e gentile, temo che mi innervosirei e finirei con il trattarle malissimo. C’è un solo Maid Cafè che mi ha avuta come cliente una notte del 2016, ma si trova a Shinjuku ed ha un concept di base un pò diverso.

Akiba vanta anche numerosi locali ottimi dove mangiare, alcuni tra i ramen e i curry più buoni lo ho gustati proprio qui.

Le sale giochi sono sorprendenti e gli Ufo Catcha possono mandarvi sul lastrico ma vale la pena tentare almeno una volta di acchiappare un pupazzino carino della nostra serie preferita. Personalmente ho imparato quasi subito a starne lontana: non sono mai riuscita a prendere nulla che mi interessasse davvero, solo un paio di minuscole pecorelle di peluche color pastello. Tuttavia rimango estasiata ad osservare i ragazzini del posto che con tecnica impeccabile svaligiano gli espositori.  Mentre io sono talmente scarsa che un giorno mentre ci provavo con delle amiche da non so quanto è arrivato un commesso del negozio, dopo avermi chiesto quale mi piacesse ha aperto l’espositore e ha posizionato quello che volevo in modo che fosse più facile da far cadere. Dopo l’iniziale senso di umiliazione ho pensato che tuttosommato me l’ero già ampiamente pagato quel pupazzetto.

Ovviamente anche i posti “per adulti” non mancano, non mi riferisco soltanto a negozi di dvd, riviste ecc, ma a veri e propri mini market di sex toys divisi per pubblico di riferimento. E’ incredibile il numero di ragazze che vi si aggirano testando i vari giochi, da sole o con le amiche. A differenza dei negozi sul genere occidentali qui non ci si sente in difficoltà, è tutto colorato, le musiche divertenti : se non ci si sofferma ad osservare attentamente sembra quasi di essere in un negozio di caramelle. Uno di questi si trova proprio di fianco al famoso Laox….dovesse capitarvi lo consiglio sopratutto alle fanciulle poichè l’atmosfera giocosa che si respira non mette assolutamente a disagio. Inoltre essendo tutto diviso su più piani contrassegnati da simbolini che indicano se si tratta di settore per uomini o donne non si rischia di incorrere in non saprei nemmeno cosa, non avendo mai avuto accesso al piano dedicato ai maschietti!

Solo per i tabagisti Akiba è diventata leggermente ostile negli ultimi 2 anni: le smoking area sono sensibilmente diminuite e all’interno delle sale giochi sono sempre meno gli spazi appositi. Ovviamente nessuno fuma per la strada essendo proibito, ma ho imparato dai giapponesi a munirmi di posacenere portatile: questo consente di potersi fermare in viette nascoste o fuori dai conbini per una pausa sigaretta senza sporcare ed infrangere regole. Per quanto mi riguarda cerco sempre un angolino dove ci sia già qualcun altro che sta fumando, come se questo mi accomodasse quel minimo di autorizzazione necessaria. Nel dubbio rimangono sempre i caffè: lì la smoking area c’è sempre e gli aspiratori fanno miracoli.

Mentre scrivo questo articolo mi rendo conto di quanto altro ci sarebbe da dire e raccontare, nella vita si cambia spesso idea quindi parlerò ancora di Akihabara e preparerò quella mappa di cui accennavo. Senza contare che devo assolutamente fare nuove fotografie a riprova di questo scorcio di Paese delle Meraviglie!

Per concludere, a proposito del mio acquisto del secolo: solo molto, molto tempo dopo scoprii che il mio prodigioso lettore legge solo dvd asiatici per cui qui in Italia non posso nemmeno portarmelo da qualche parte con un paio di film da guardare. Ma non ha importanza, lo strabiliante Sony mi ha accompagnata in ogni mio successivo viaggio in Giappone ed assolve a pieni voti la sua missione: leggere i dvd e cd che acquisto in loco!

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Eccolo qui il Portento!!

I misteri di Ikebukuro

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Il mio primo viaggio a Tokyo risale ormai a diversi anni fa, ed in quella occasione ho soggiornato in una stanza proprio ad Ikebukuro. Dalla volta successiva mi sono sempre occupata personalmente della ricerca di alloggio, inserendo come parola chiave “Shinjuku-Kabukichou”.

Ikebukuro è meravigliosa, la sua stazione ferroviaria è fornita oltremisura, non ricordo esattamente quante linee si intersechino ma stiamo parlando del secondo snodo ferroviario più grande al mondo (ed ignoro quale sia il primo ma non mi vedranno mai).

Ikebukuro è fantastica: locali, bar, karaoke, love hotel, ristoranti e convenience store aperti 24 ore; numerosi negozi per lo shopping di qualsiasi tipo, da qualche parte c’è persino un parco (che non ho mai trovato).

Ikebukuro è sicura: si può girare a piedi a qualsivoglia ora del giorno e della notte in totale sicurezza, i passanti sono gentili e disponibili nel fornire informazioni ed indicazioni (non tra le 8 e le 9 del mattino, a quell’ora difficilmente si fermeranno ad ascoltarvi, ma se vi capitasse ringraziateli a dovere, io avevo sempre con me qualche caramella e cioccolatino).

La stazione di Ikebukuro non è una stazione bensì una città con all’interno supermercati, ristoranti, librerie, fiorai, negozi di abbigliamento, borse, scarpe… il tutto ovviamente su più piani, i bagni sono sempre pulitissimi e ben visibili e ci sono indicazioni per tutto (perfettamente comprensibili) che indicano le varie uscite e direzioni.

Questi sono dati obiettivi ed inconfutabili, nessuno vi dirà mai qualcosa di diverso in merito a questa splendida parte di Tokyo.

Tuttavia….

Ikebukuro è il mio personale inferno, un buco nero dentro al quale una volta entrata non riesco più ad uscire; ed intendo in senso letterale: non riesco nemmeno ad uscire dalla metropolitana il più delle volte, e quando finalmente arrivo allo scoperto ho ovviamente preso l’uscita sbagliata pur seguendo le indicazioni, ritrovandomi così in una parte totalmente nuova e sconosciuta alla ricerca disperata di una smoking area dove fermarmi con calma a fumare una sigaretta e consultare google maps. Cosa che non so fare… per cui se sono sola chiamo la mia socia su Line (il fuso orario? dettagli) e le chiedo di farmi da navigatore.

Mi ricordo con estremo imbarazzo le rare occasioni di quel primo viaggio in cui mi sono ritrovata ad uscire da sola. Una notte non riuscivo a dormire così sono uscita in cerca di un bar aperto, gli svincoli erano troppi e continuavo a girarmi per controllare che l’insegna luminosa della Sakura house fosse ancora lì, alla fine mi sono arresa e sono tornata indietro prima che le strade cambiassero come le scale di Hogwarts e ho finito col passare la notte al caffè dell’albergo che ci ospitava.

Una mattina dovevo andare in posta a prelevare, la mia Amica mi spiegò la strada e disegnò una mappa dopo la mia espressione perplessa al suo “esci dall’hotel, vai dritto e gira alla prima sulla destra”. La posta la trovai… ma ci misi 40 minuti a ritrovare l’hotel.

Questo perchè ad Ikebukuro le strade mutano non appena cambia la visuale, ne sono assolutamente certa. Basta voltarsi a guardare una vetrina un istante e la strada alle nostre spalle è cambiata, magari addirittura è scomparso un palazzo.

La mattina dell’11/11/2011 diluviava, solo in seguito scoprii che ci sono eventi che senza pioggia non potrebbero definirsi tali; dovevo recarmi a Shinjuku per un concerto (che si sarebbe tenuto solo la sera, ma da brava italiana volevo essere fuori dalla live house quelle 9 ore prima “perchènonsisamai”), oltretutto sarebbe stato il primo live della Voce per cui non avevo dormito nulla, ero emozionatissima, ero salita su quel volo essenzialmente per quello e volevo solo correre verso quello che sarebbe diventato il Mio quartiere nei viaggi successivi.

La mia amica aveva 38 di febbre e mi avrebbe raggiunta solo successivamente, per cui ottimista e spavalda mi sono lanciata fuori dall’albergo con la mia mappa verso la stazione, da lì sarebbero state solo 4 fermate, ce l’avrei potuta fare. Si, a prendere il treno ce la farebbe chiunque, oltretutto quelli che vanno in direzione Shinjuku sono sempre contrassegnati chiaramente, il problema fu raggiungere la stazione. Ci misi qualcosa come 45 minuti fermandomi a chiedere a non so quanti passanti, uno di questi dovette aver visto la disperazione sul mio volto affranto, così senza saper dire una parola di inglese (io a quei tempi di giapponese sapevo solo “sumimasen” e poco altro che non è opportuno rivelare al momento) mi accompagnò gentilmente fino all’ingresso della Stazione. Ero commossa, gli regalai un cioccolatino per ringraziarlo e corsi via perchè ormai erano quasi le 11 della mattina e mancavano solo 8 ore all’inizio del concerto.

Il seguito della giornata merita un post differente, volevo tuttavia rendere l’idea di quanto possa essere difficile girare per questo quartiere dalle mille porte dimensionali.

Ricordo che un giorno all’interno della stazione avevo trovato una libreria splendida, una di quelle a più piani che in Italia non sono mai esistite, qualcosa come 8 piani divisi per settore ed argomento, uno dei negozi più belli nei quali io mi sia mai imbattuta. Sono passati anni da allora, ma non sono più riuscita a ritrovarla. Ho pensato che avesse chiuso e puntualmente ogni volta che mi ritrovo a passare per un motivo o per l’altro da Ikebukuro prendo una mappa della stazione, individuo la libreria dei miei sogni ma dopo 40 minuti di ricerca normalmente mi arrendo e prendo un’uscita a caso in cerca della prima smoking area.

Fortunatamente la stessa libreria esiste anche a Shinjuku, tuttavia mi lascia un pò di amaro in bocca che quella che ho scoperto per prima ami giocare così tanto con le porte dimensionali.

Di seguito un estratto della mappa di zona, il lettino indica chiaramente dove alloggiavo, mentre quell’enorme parte viola azzurra è la stazione, la strada sembrerebbe quasi facile a vedersi: avanti un pezzettino, poi si gira a destra su una strada principale ed infine ad un incrocio grandissimo di nuovo a destra.

 

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Estratto della mappa di zona

Potrei raccontare molti altri aneddoti e disavventure legati a questa zona, tuttavia credo di aver reso l’idea, ma sopratutto la sensazione di sconforto ed impotenza che questa parte della città mi riesce a trasmettere ogni volta. Mi rendo conto che possa risultare qualcosa di ironico, ma davvero in qualche occasione mi sono sentita totalmente persa, Ikebukuro è ad oggi l’unica zona che mi faccia sentire lontana e sola. Trovo poi conforto se scorgo una catena di Caffè che frequento abitualmente, come il Becks o l’Excelsior, mi ci fiondo dentro e riprendo fiato. Nonostante io ami le bambole ed un certo tipo di collezionismo credo di non aver mai trovato il famoso Mandarake di questa parte. Ho poi scoperto di non essere l’unica persona con questo problema, evidentemente si tratta di assenza di poteri magici.

Dopo quella prima volta ho capito che il senso dell’orientamento non è propriamente una virtù che mi appartenga, pertanto ho accettato la sconfitta, non avendo bussole d’oro e vari poteri di localizzazione mi sono orientata verso zone a me più congeniali.

Mi piacerebbe leggere di altre esperienze ed opinioni in merito, e magari fare una statistica!

 

 

 

Un biglietto per Tokyo

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Devo partire leggera… e lo zaino è quasi vuoto.

Ogni volta che acquisto un biglietto per Tokyo mi ritrovo con le lacrime agli occhi subito dopo aver ricevuto la mail di conferma dalla compagnia aerea di turno.

Ogni volta, già, nonostante i 7 timbri già impressi sul passaporto… ogni qualvolta il nuovo viaggio si concretizza l’emotività prende il sopravvento.

Le ore che precedono il fatidico “click” spesso sono agitate, con quella sensazione elettrica nell’aria, non ne capisco mai appieno il motivo e quando accade non ho nemmeno ancora guardato le offerte del giorno; semplicemente mi risveglio così: con una leggera tachicardia che non definirei tuttavia negativa. I giapponesi forse userebbero il modo di dire “waku waku”, che per quanto difficilmente traducibile rende bene l’idea come onomatopeica. In quelle ore c’è qualcosa di diverso, inappetenza e tanta, tanta voglia di caffeina. E dopo una tazza di caffè nero bollente con totale noncuranza finisco su un portale di viaggi mettendo il solito “Milano – Tokyo” e delle date plausibili, magari nel frattempo sto fumando la mia Chesterfield rossa alla finestra e non sono ancora totalmente sveglia, semplicemente ho già sfogliato twitter e facebook, visto le news ed ancora intorpidita mi imbatto in un “Milano – Tokyo” 476 euro.

Controllo meglio, pensando si tratti del solito volo con 4 scali per un totale di 72 ore.

No, si tratta di un diretto. Preparo una seconda tazza di caffè, mando lo screenshot della schermata a chi mi conosce bene e accendo il computer. Da qui il passo è veramente breve: essenzialmente organizzativo ma il modo si trova, si insomma era in preventivo no? A questo prezzo meglio approfittare subito, te li anticipo io, lascio la carta di credito a casa, non preoccuparti sulla postepay ci sono.

La giornata prosegue con dosi massicce di caffeina, forse troppa, ma l’adrenalina ne chiama altra ed il batticuore non ha voglia di indugiare nemmeno se male non farebbe, anzi. Ci si deve vedere, parlare, anche se non si partirà insieme, si deve pianificare, guardare le date, cercare case, e sopratutto…. devo avere gli auricolari ben inserite ed ascoltare la mia Voce preferita qualsivoglia tragitto io stia percorrendo. In questa giornata non soffro l’autobus e non ho fretta, i semafori non mi turbano, le biciclette sul marciapiede che suonano il campanello posso anche lasciarle passare, il moccioso che urla come un aquilotto abbandonato sul tram è messo a tacere dai decibel sbloccati del mio lettore mp3 e si…. la mia soglia di tolleranza verso il prossimo si alza a livelli tali da farmi risultare quasi simpatica se non mi si conosce da troppo tempo.

Ho sempre l’agenda con me, adoro gli organizer che acquisto di volta in volta a Tokyo e finisco con il riempire quasi tutte le pagine, ma la cosa che amo di più è fare l’elenco di cosa inserire in borsa, bagaglio a mano e valigia.

Borsa: passaporto, portafoglio italiano, portafoglio giapponese contenente yen avanzati dal viaggio precedente (di norma pochi… il più delle volte si tratta di spiccioli ma se ho i 100 yen per il primo caffè una volta atterrata posso già ritenermi soddisfatta), caricabatterie del telefono, documenti di viaggio, mascherina coprente per gli occhi, xanax, valium, lexothan, sigarette, accendino, una bambola.

Bagaglio a mano: Pantoufle (un coniglio di pelouche di medie dimensioni), cuscino poggiatesta, computer, caricatore pc, console portatile e relativo caricatore (che puntualmente non accendo quasi mai, tuttavia se la lasciassi a Milano si rivelerebbe poi indispensabile, quindi la porto sempre!)

La mia lista è la medesima ogni volta, indipendentemente dalla stagione, eppure sento il bisogno di stenderla ogni volta, forse è ciò che rende concreto il pensiero.

C’è poi la lista dei regali da portare…. e questa ahimè si che varia ogni volta. Tendenzialmente si allunga di viaggio in viaggio poichè se inizialmente non conoscevo nessuno (e tuttavia avevo uno zaino di regali per la Voce), ormai un pò di contatti li ho, pertanto oltre alla lista di cosa portare segue la lista degli amici da incontrare e cosa fare con loro. Sembrerà eccessivamente meticoloso tutto questo, ma se c’è una cosa che ho imparato dai miei amici oltreoceano è proprio l’importanza della pianificazione. Magari non nei dettagli minuto per minuto, ma dal momento che quella che per me è una quasi vacanza per loro è una giornata/serata/nottata ritagliata da massacranti turni lavorativi: è una forma di rispetto stabilire la data ed il luogo con un discreto anticipo e sopratutto rispettarla.

Tornando alla giornata dell’acquisto del biglietto invece…. normalmente si conclude con una (qualche) birra alle colonne di San Lorenzo, perchè va celebrata. Tendo a celebrare molti eventi, lo ammetto, ma il biglietto che mi farà fare scalo a Narita verso le 10 della mattina è qualcosa che non mi permette di tornare semplicemente a casa dopo una giornata di lavoro. Vuole di più… e tendenzialmente quella notte non riesco nemmeno a dormire. Come? L’eccessiva dose di caffeina assunta durante la giornata che si fa sentire? Nah… spesso bevo un caffè dopo cena e non ho nessun disturbo del sonno.