Non sono multitasking.

img_6676
Non riesco a tenere la musica di sottofondo, non ne sono mai stata capace.

Sin da ragazzina, quando i miei compagni di scuola mi dicevano di studiare con la radio o una cassetta nel mangianastri. Non che non ci abbia provato, ma immancabilmente finisco col focalizzarmi su uno degli strumenti captati dalle mie orecchie (nel 99% dei casi sulla voce).La Voce è sempre stata lo strumento che maggiormente fa vibrare le corde della mia anima, indipendentemente dal genere musicale. Ho sempre seguito pochi artisti anche per questo, se la voce non mi crea emozioni dopo un paio di brani mi annoio.


Andare a ballare in discoteche con musica new wave o rock mi è sempre piaciuto ma nel momento in cui partiva un brano particolare mi ritrovavo puntualmente a cantare e ballare da sola.


Non posso leggere se ascolto quello che mi piace, non posso concentrarmi sul lavoro, su un pacco da fare; mi capita di scendere alla fermata sbagliata dell’autobus o di non salirci se mi passa davanti.Se sono in giro a piedi  faccio attenzione ai semafori per puro spirito di sopravvivenza ma non mi rendo conto di essere arrivata. Una volta una bambina mi ha investita col suo monopattino.Posso cucinare qualcosa di semplice che so fare in automatico, ma non sono in grado di seguire una ricetta nuova o complessa.

Non sono multitasking.


Ieri per esempio mentre tornavamo da una gita in auto è partita una playlist dei Kαin e ho salutato il navigatore, la mia testa è tornata a quando ho ascoltato quel brano per la prima volta dal vivo, alla gestualità tipica durante quei concerti, a cantare e gli occhi inumiditi hanno faticato a trattenere un pianto che in quel momento era di pura nostalgia, accompagnato dall’incertezza del non sapere quando sarò nuovamente in grado di vivere un’esperienza del genere.

Capita anche a voi?

Cosa c’entrano queste parole con Tokyo? 

A Tokyo finisco con il dormire veramente poco, sopratutto i primi giorni quando sono ancora sopraffatta dall’adrenalina, una sera, saranno state le 23, mi sono infilata gli auricolari e sono uscita di casa. Ho percorso la deserta stradina di Shin-Okubo dove alloggiavo in quel periodo, ho poco senso dell’orientamento per cui faccio sempre le stesse strade per non perdermi. Eppure rimebro perfettamente “quella” sera in particolare ed i dettagli.  Mentre ascoltavo la musica osservavo distrattamente le vending machine di bibite ho controllato di avere in borsa sigarette, accendino e posacenere portatile, alla fine della stradina c’era un negozio di fiori chiuso ma sulla strada principale era quasi tutto aperto, ho sorriso al poliziotto ed ho attraversato la strada per raggiungere l’altro lato della strada ed entrare al seven per comprarmi una birra fresca ed un accendino. Di fianco alla stazione JR di Shin Okubo c’era una grande smoking area, non ho percepito il rumore della lattina che stappavo e il click d’accensione dell’accendino, ho tolto un auricolare e l’ho riacceso due volte. Durane quella singola sigaretta ho visto passare due treni sopra di me, poi mi sono incamminata per la strada che conduce a Shinjuku est.

E’ la strada che costeggia la ferrovia, passano pochissime auto, c’è una piccola corsia destinata ai pedoni ed un paio di ristoranti coreani. Mi piace fare quella strada, è tranquilla e so esattamente dove sbuca, so anche che le altre parallele portano più o meno nello stesso punto ma ogni volta che ne ho imboccata una mi sono persa. Pertanto quella sera, dato che stavo ascoltando musica non potevo permettermi di ritrovarmi chissà dove. Il profumo pungente del curry indiano mi ha indicato che la strada era quasi finita, ho attraversato il sottopassaggio e mi sono fermata alla smoking di fronte allo Yunika Vision dove stavano trasmettendo un estratto di un concerto di Shogo Hamada. Mi sono guardata intorno, la luce abbagliante dello Yunika si mischiava con quella del Pachinko sull’angolo, c’era tanta gente, come sempre. Non ho smesso di cantare mentalmente quello che ascoltavo, ho pensato che forse un riso al curry non sarebbe stato male, o una soba. Mi sono incamminata verso Kabukicho e la folla andava intensificandosi, nulla di strano, ma poi un altro profumo ha iniziato a solleticare le mie narici, qualcosa alla piastra forse, si stava svolgendo un matsuri. Sono rimasta affascinata, sicuramente ci doveva essere confusione ma mi sono ritrovata in un film dove la colonna sonora era quella del mio iPhone. Ho acquistato dei takoyaki e mi sono seduta sui gradini del tempio, che strano questo takoyaki, ma cosa c’è dentro? Non posso sputarlo per controllare…manda giù, scotta, poi ci penserai e cercherai di capirlo dal prossimo, mi serve una birra. Acquisto una birra, 600 yen, ma come, così tanto? La stessa birra al combini costa 328, pazienza, non posso certo andare al seven più vicino poi tornare qui, si raffreddano i takoyaki. Mi risiedo sui gradini e guardo le botti vuote di sake appese intorno a me pensando “che bei regali”, mi cade l’occhio su un baracchino di palloncini di One Piece e Doraemon, di fianco hanno delle chocobanana che mi fanno paura, le mele candite però sono buone. Ah, ma ho i takoyaki, adesso scottano meno, posso mordere e vedere cosa c’è dentro. Una nuvola di fumo mi investe, due ragazzi si siedono di fronte a me con delle seppie giganti fumanti, faccio rotolare il takoyaki nella salsina e lo addento piano, come diavolo fai ad avere ancora la temperatura della lava? Ma resisto e lo osservo, c’è un uovo! Cosa ci va un uovo qui dentro? Com’è piccolo poi! Buono, ah, non è sodo, è barzotto, ma questi takoyaki sono una bomba! Faccio un sorso di birra e mangio il terzo, questa volta in maniera consapevole. Sospiro contenta, skippo la traccia che è appena partita perché si, la band è sempre quella ma la canta il chitarrista e non mi fa impazzire. Faccio un paio di foto e vado alla smoking area del matsuri, abbandono i takoyaki rimasti nel cestino e faccio un paio di foto al tempio, da qui si vede meglio, finisco la birra mentre fumo e noto il baracchino dell’amasake. Che buono, ma non fa così freddo, speriamo che vendano tanto lo stesso, quel signore era stato così gentile l’anno scorso mentre mi porgeva il bicchierino di carta bollente invitandomi a stare attenta a non scottarmi. Ormai sono in giro, potrei andare al Loft, controllo se ho con me carta e penna, si le ho, bè in effetti potrei farci un salto, tanto è qui dietro, devo solo uscire dalla parte giusta del Matsuri. Se lì c’è la chocobanana e più avanti quello delle mele candite sono dalla parte giusta.  Forse so un un pò di pesce grigliato e fritto ma tanto non devo incontrare nessuno. Forse se passerò tra le chocobanane, la frutta candita e lo zucchero filato avrò un odore diverso. Avevo messo il profumo prima di uscire? Figurati, non mi sono nemmeno truccata, ho infilato i primi jeans che ho trovato e gli occhiali da sole. Li ho ancora su? Cavoli Tokyo è proprio illuminata a giorno stasera, non me ne ero resa conto. Ah, i pantaloni sono strappati, pazienza, tanto sotto ho i boxer. Vado a farmi un drink poi torno a casa, si, tanto ormai sono fuori e mi sono svegliata. 

L’unica cosa che posso fare, mentre ascolto musica, è scrivere.

Non scrivere recensioni, per quello mi serve il silenzio assoluto, ma lasciare correre i miei pensieri e le mie emozioni come in questo momento. Non riesco a fare altro. Forse per quello faccio un uso che è più un abuso dei puntini di sospensione (ma sto cercando di controllarmi). Eppure, per qualche strano motivo, alcune cose come quello spezzone di serata appena raccontata rimangono come disegnati perfettamente nella memoria. Non solo le cose che ho visto ma i pensieri, e posso garantire che la mia memoria non è assolutamente degna di nota. 

 

 

 

Viaggiare nel Tempo

Viaggiare verso il Giappone è un pò come viaggiare nel tempo.
 
E’ difficile da spiegare la sensazione, forse è data dal fatto che per riuscire a volare senza stare male devo assumere diversi ansiolitici e tranquillanti, per cui la mia testa si fa leggera e mi trovo a sprofondare in una dimensione onirica molto differente da quella del sonno normale.
Le ore di volo che ci separano da Tokyo sono circa 13, quelle di fuso orario 7 o 8 a seconda della stagione.
Come un’astronauta di un film fantascientifico salgo mi siedo al mio posto, assumo il mio cocktail di medicine, mi allaccio la cintura e con coraggio mi dico “forza! Lo abbiamo già fatto: i viaggi nel tempo ormai sono la nostra specialità e la missione ci attende!” dopodiché nella migliore delle ipotesi mi addormento subito, nella peggiore l’ansia è talmente forte che ci metto un pò di più e vivo i rumori della pista, del motore e  del decollo come manutenzione necessaria della macchina del tempo.
Mi dico che è tutto normale, mi aggrappo al seggiolino e chiudo gli occhi mordicchiandomi le labbra, svuoto la mente il più possibile concentrandomi sul fatto che  Morfeo sta arrivando, forse è stato momentaneamente trattenuto da un altro viaggiatore, dopotutto basta guardarsi intorno per vedere che non sono certo l’unica persona scelta per questa missione.
Mentre attraversiamo il tempo sogno, sogno musica, concerti, parole che mi tranquillizzano, biscotti dolcissimi e il classico cibo da astronauta servito su un vassoio bianco contenente tanti piccoli contenitori anch’essi bianchi.
Infine di nuovo i suoni che ricordano la partenza, lo scombussolamento della sedia mi fa aprire gli occhi. “Ci siamo!”
Stringo i denti e quando sento il rumore delle ruote che si posano sulla pista non riesco a trattenere un sospiro di sollievo.
L’effetto dei farmaci presi per affrontare la missione svanisce all’istante.
Sono partita alle 15 di un giorno, ho viaggiato nel tempo e mi sono spostata di un giorno ed 8 ore. A questo penso, mentre bevo il mio caffè nero acquistato al ministop e fumo la mia prima sigaretta nella smoking area all’esterno di Narita.

Appartamento 401 -di Shuichi Yoshida

img_4335

Editore : FELTRINELLI

Data d’uscita: Febbraio, 2019

Collana: I Narratori

Pagine: 229

Prezzo: 16,00€

 

Conoscevo l’autore per via de “L’uomo che voleva uccidermi” per cui quando lessi la trama di Appartamento 401 rimasi un pò dubbiosa perché mi pareva un titolo totalmente differente e scostato rispetto alla precedente lettura.

Tuttavia l’idea di entrare in un appartamento di Tokyo dove convivono quattro ragazzi dalla quotidianità apparentemente normale non poteva non stuzzicarmi.

Fingiamo di non aver letto la terza e quarta di copertina, fingiamo di non conoscere l’autore ed entriamo a sbirciare quello che accade.

Un appartamento costituito da due stanze da letto, un soggiorno con cucina, bagno e terrazzino.

Kotomi (23 anni, disoccupata) e Mirai (24 anni, illustratrice e commessa) condividono una stanza, mentre la seconda è abitata da Satoru (18 anni, lavora part time) e Naoki (28 anni, impiegato).

Yoshida ci narra la vita di questi ragazzi dal loro punto di vista, uno per volta, seguendo però una linea temporale (quando si interrompe il racconto del primo, attacca infatti la voce narrante del secondo e così via) in modo da non lasciarci mai con buchi nella vicenda. Non sono un gruppo di amici, si trovano a condividere gli spazi ognuno spinto da motivazioni differenti,  non assistiamo a particolari conflitti e nemmeno coinvolgimenti emotivi: semplicemente ognuno fa la sua vita senza dover entrare necessariamente nella sfera privata altrui. Può capitare che si vada insieme al Karaoke o al supermercato vicino, così come può succedere che ci si prenda una sbronza tutti insieme in una stanza, eppure ognuno di essi è solo ciò che gli altri conoscono, come se la vita al di fuori non fosse contemplata, benché ci sia, ovviamente.

Questa routine funzionale subirà uno sfarfallio, proprio come il loro televisore difettoso situato nel soggiorno,  quando un nuovo inquilino entrerà a far parte della loro vita; contemporaneamente alcuni episodi di aggressione si iniziano a verificare nella zona.

Potrei fermarmi qui, anzi, credo lo farò, perché ormai la congettura “ho capito!!” è passata di moda e nessuno cade in un tranello dopo poche righe.

Yoshida è un maestro nel narrare una storia che si lascia divorare in meno di due giorni, tesse una trama thriller seminando indizi ogni due pagine eppure, fino a poco prima della fine, ci siamo totalmente dimenticati che abbiamo acquistato un romanzo di quel genere.

E’ infatti solo nelle ultime pagine che il tutto acquisisce un senso e ci ricordiamo improvvisamente di dettagli fondamentali.

Ho molto apprezzato questo romanzo, non tanto per la trama ed epilogo, quanto per la delicatezza con la quale ancora una volta l’autore ci fa entrare in contatto  con l’animo di un popolo dall’atteggiamento si cortese, ma dalla natura spesso riservata e schiva.

Ed il tutto accade senza perdere, nemmeno per un istante, di coerenza e credibilità.

Mi sento di consigliare questo romanzo non tanto a chi è in cerca di un thriller (temo anzi che costoro ne rimarrebbero delusi, attendendo solo lo sviluppo delle ultime pagine), bensì a chi vuole sbirciare la vita quotidiana dall’interno di un appartamento in affitto, a chi desidera vedere altri angoli di Tokyo, conoscere nuove zone, incontrare protagonisti magari simili a persone che ha già conosciuto e ritrovarle.

Se poi a leggere queste pagine è qualcuno che si è trovato a vivere una situazione simile, magari soggiornando in una Guest house per periodi medio lunghi: non potrete non riconoscere almeno uno dei protagonisti.

 

 

4 giorni a Tokyo?

suit
E dopo soli 3 mesi sono pronta a ripartire.
Questa volta si tratta di un breve (brevissimo) soggiorno di soli 4 giorni, so che sembra una follia ma trattandosi di lavoro diventa maggiormente comprensibile.
 
Non per questo la mia emozione è inferiore alle volte precedenti, anzi: se da un lato sono estremamente tranquilla perchè preparare il bagaglio è stato incredibilmente veloce (13 minuti circa), dall’altro l’idea di concentrare tutto quello che devo (e che desidero) fare in un lasso di tempo così breve ha richiesto un po’ più impegno rispetto al solito.
Per la prima volta partirò da Milano Linate ed atterrerò ad Tokyo Haneda (con cambio veloce a Francoforte), il tutto operato da Lufthansa. L’idea di atterrare “già in città” è estremamente ghiotta, non che l’aeroporto di Narita non sia comodo, anzi, tuttavia è innegabile che dopo molte ore di viaggio anche le due aggiuntive di treno abbiano un loro peso.
La seconda ragione che mi entusiasma è che dopo anni alloggerò nuovamente in Hotel! Adoro stare in appartamento ma considerando che il tempo libero sarà pari a zero, non mi dispiace non dover portarmi o acquistare in loco prodotti per pulire dal momento che la stanza verrà riordinata quotidianamente.
La mia valigia questa volta è una matrioska: una grande valigia, che contiene una valigia normale, che a sua volta contiene uno zaino (normalmente il mio bagaglio a mano), contenente il beauty, i  vestiti di ricambio necessari, i caricatori per il telefono.
In borsa come sempre: i documenti necessari, i 2 portafogli (uno per l’Italia ed uno già pronto per Tokyo contenente: tessera dei mezzi, qualche yen, carta di credito).
Non dovrei aver dimenticato nulla!
….o sicuramente si, ma me ne accorgerò soltanto dopo essere decollata per cui inutile stare a tormentarsi sin da ora.
Il mio sentimento predominante in questo momento è indubbiamente la felicità!
Mi aspettano quattro giorni di lavoro intenso ma che adoro, inoltre (ma tu guarda il fato a volte…) venerdì sera avrò la possibilità di andare ad un concerto del mio Artista preferito.
Una volta rientrata, non mancherò di raccontare questa sorta di weekend lungo: sono la prima ad essere curiosa.
Fino a un anno fa non avrei mai considerato un viaggio simile, mi sono sempre detta:
1- Non andrò mai in Giappone in estate! Sono quasi morta a giugno, per cui luglio ed agosto sono fuori discussione!
2- Non ha senso stare meno di 10 giorni…. non c’è tempo di fare nulla.
Devo però ringraziare una mia cara amica che poco più di un anno fa compì una follia meravigliosa che merita di essere anche solo accennata:  partimmo insieme (lei, la mia amica del cuore ed io) ed il suo soggiorno sarebbe terminato circa una settimana prima del nostro. Era davvero un peccato, mentre ci salutavamo pensavamo al fatto che pochi giorni dopo ci sarebbe stato un live imperdibile, del quale tra l’altro (tu pensa sempre il fato!) avevamo anche un biglietto VIP in più.
E insomma lo fece: appena rientrata in Italia acquistò un nuovo biglietto aereo per stare 2 sole notti a Tokyo! Dormimmo in 3 nel nostro mini monolocale, dividendoci i 2 futon disponibili (in realtà in casa ce n’erano altri riposti in armadio, ma non vi era lo spazio sufficiente per stenderli), facendo i turni per vestirsi (una in bagno, una in stanza, l’altra -io- sul balcone a fumare).
Va da se che questa follia verrà ricordata per sempre, non occorre spiegare quanto ci si sia divertite, è la magia stessa di quella decisione che ora fa si che io dica “suvvia, addirittura 4 giorni! Posso fare praticamente tutto quello voglio!”
So di aver trascurato questo blog, c’è sempre tanto da dire ed immancabilmente troppo da fare. Tuttavia mi riprometto che i prossimi post saranno più ravvicinati.
Amo scrivere, raccontare e condividere la mia storia d’Amore con questa città anche solo con pochi amici o con chi ha voglia di trascorrere qualche minuto a leggermi.
Se poi a volte riesco a fornire qualche idea o informazione utile ne sono solo contenta.
A proposito di questo: anche ad Haneda dovrebbe essere acquistabile la scheda telefonica che abilita il 4G senza necessità di attivazione complicata, compatibile con la maggior parte degli smartphone sul mercato! Mi riservo di verificarlo e poi dettagliare le varie informazioni a riguardo!
La mia paura più grande è lo scalo: ho sempre una paura tremenda di volare, prendo talmente tante gocce da dormire per la durata totale del volo.  Domani invece mi aspetta lo scalo e sono mentalmente impreparata ad affrontare la prima parte di viaggio. So che parliamo di una tratta molto breve, eppure non so ancora gestire questo tipo di panico.
Ci farò fronte ovviamente, ed arriverò a destinazione in qualche modo, gli occhiali da sole enormi serviranno pur a qualcosa.

Hiroshima… e una parte di cuore è rimasta lì.

img_6609

Nel 2018 mi sono spinta per la prima volta un pò più a Sud di questo meraviglioso paese. Mi viene spesso detto che sono “Tokyocentrica” ed in parte è vero, quando mi trovo in Giappone difficilmente mi sposto dalla Capitale, ma credo sia colpa del fatto che nonostante le meraviglie sparse su tutto il territorio… a Tokyo c’è tutto.

Mi hanno spesso consigliato di visitare Hiroshima perchè “si deve fare”, ma una parte di me aveva timore, timore di vedere il luogo che aveva ospitato la tragedia che tutti conosciamo, timore ascoltare i racconti e respirare la storia di persona e non attraverso una cartolina.

In autunno mentre ero ancora in fase di pianificazione il mio artista preferito ha annunciato un concerto in questa città, proprio nel periodo in cui sarei stata in Giappone. Non occorre aggiungere altro, mi rendo conto che la spinta emotiva che mi ha fatto percorrere ore di treno sia discutibile, ma sono il tipo di persona che attraversa gli oceani per la musica.

Sono arrivata in città in una splendida giornata soleggiata di settembre, l’aria mi è parsa così leggera e respirabile e in qualche modo una sensazione di benessere mi ha immediatamente permeata. Ho affittato su Airbnb un appartamento in centro, con la metà dei soldi che costa normalmente nella capitale mi sono ritrovata in una casa con cucina abitabile, camera da letto grande, zona studio, bagno, balcone e ….. armadi!!!! Non mi sembrava vero disporre di tutto quello spazio. Per raggiungerlo dalla stazione non ho dovuto prendere la metropolitana bensì il tram: già, perchè Hiroshima dispone di una fantastica linea tranviaria estremamente capillare ma comoda da usare, a mio avviso più accessibile rispetto ai bus di Kyoto. Girare in tram è bellissimo, personalmente amo il rumore del mezzo sulle rotaie e guardare il panorama anzichè chiudermi nel mio seggiolino della metropolitana.

 

 

Hiroshima si può visitare agevolmente in una giornata, ma esorto a fermarsi almeno una notte per viverne appieno tutte le sfaccettature.

Il mio consiglio è quello di prendere il tram 2 oppure 6 e scendere alla fermata Genbaku-Domu Mae (Atomic Bomb Dome). Non è possibile descrivervi il museo e le immagini non potranno mai trasmettere quello che la visita reale vi farà provare. La prima stanza ci fa immergere nella città che era Hiroshima fino a prima di quel giorno…e pochi passi dopo ci butta al  6 agosto 1945. Impossibile non emozionarsi ed estremamente difficile trattenere le lacrime, sopratutto di fronte ad un ricostruzione in digitale di quanto accaduto.

Mentre mi aggiravo per il museo continuavo a domandarmi per quale assurdo motivo questo popolo aveva meritato una simile carneficina. Questo pensiero mi ha accompagnata durante tutto il mio soggiorno ad Hiroshima, sopratutto ogni qualvolta mi ritrovavo ad interagire con i suoi abitanti.

 

 

Una volta terminata la visita del museo ci si può immergere nella pace del parco e poi raggiungere il Memoriale della Pace. Il monumento rappresenta i resti di un palazzo costruito nel 1915 e destinato ad ospitare fiere ed altri eventi importanti per la città di Hiroshima, i resti del palazzo sono stati preservati ed inseriti nel 1996 tra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO. Proprio qui accanto ci si può sedere per terra e leggere i racconti ed i ricordi di chi visse quel momento, troviamo quaderni tradotti in tantissime lingue tra cui l’Italiano, vale la pena dedicare più di qualche minuto a questo luogo.

Sempre a piedi mi sono poi diretta verso il castello, piccolo se lo paragoniamo ad alcuni altri, ma estremamente suggestivo e collocato nel cuore di un parco meraviglioso.

 

Ma….il motivo per il quale ho lasciato parte del mio cuore qui sono le persone, sono abituata ai ritmi frenetici di Tokyo, specialmente di Shinjuku.

Mi è capitato di entrtare in un convenience store per acquistare una bottiglietta di Oujicha (ho finalmente trovato un tè che mi piaccia); una volta arrivata alla cassa la signora mi ha chiesto se volessi un sacchetto, le ho risposto che lo avrei bevuto subito perchè era molto caldo quel giorno ed avevo sete, lei ha sorriso e mi ha detto ” si ma copriti perchè la sera qui fa freddo”.

Si è trattato di un breve scambio di battute eppure io sono rimasta così felicemente sorpresa e mi sono ritrovata a sorridere come una bambina mentre bevevo il mio oujicha ghiacciato. Non mi era mai successo che mi rivolgessero una parola più del dovuto nei convenience store.

Le persone con cui ho avuto modo di interagire, (sebbene con il mio giapponese veramente molto limitato) si sono dimostrate, senza eccezione alcuna, non soltanto estremamente gentili e disponibili, ma sorridenti e curiose, propense al dialogo ed allo scambio. Un’altra signora mi ha addirittura spiegato come togliere l’amaro dai cetrioli dopo aver intuito che ne fossi particolarmente ghiotta.

Sono stati due giorni in cui il mio cuore è stato costantemente riempito di sorrisi e dolcezza, e più queste persone si dimostravano sensibili e comunicative e più quel pensiero a cui accennavo sopra si faceva insistente “perchè a queste persone è stata fatta vivere un’esperienza così crudele?”.

So perfettamente che si tratta di una domanda infantile, la storia la conosciamo tutti e le guerre non hanno cuore, tuttavia è difficile, almeno per me, discernere ragione e sentimento.

Hiroshima mi ha accarezzato il cuore.

Per questo motivo una parte di esso è rimasta lì in attesa di tornarvici e di visitare anche Miyajima, l’isola vicina che purtroppo questa volta non ho avuto il tempo di vedere.

Mi piace l’idea di non aver ancora “finito”, mi dà l’alibi per poterci tornare. La prossima volta non credo visiterò nuovamente il museo a meno di non doverci accompagnare qualcuno, ma anche in quel caso è possibile che io decida di attendere in un caffè della zona. Non credo di volermi sottoporre ancora a quella tempesta emotiva e temo che non sarei in grado  trattenere le lacrime nemmeno questa volta.

La mia gita in questa città si è conclusa con il motivo per il quale ero stata spinta a prendere il treno: un concerto acustico tenutosi  all’ultimo piano di un grattacielo, e dal quale si poteva ammirare una splendida vista.

E’ stato uno dei live più intensi ai quali io abbia mai assistito. Adesso è difficile asserire con certezza a cosa vada attribuito il merito. La location con vista mozzafiato? Il mio sgabello in prima fila davanti al microfono? La performance perfetta e toccante, che ha incluso la mia canzone preferita di tutti i tempi e che non viene mai suonata dal vivo?

Normalmente ai concerti non socializzo molto, ad altri fan non piace interagire con gli stranieri e difficilmente si attacca bottone. Ma non qui: dove mi sono ritrovata a parlare del fatto che venissi dall’Italia, che il giorno dopo sarei andata a Fukuoka e che allora ci saremmo rivisti.

Non ho parlato del cibo: ma sappiate che c’è un museo dedicato agli okonomiyaki, ed è proprio uno dei piatti che ho assaggiato per cena, ovviamente delizioso!

Grazie dal profondo del cuore Hiroshima, aspetto il giorno in cui ci incontreremo di nuovo.

img_6636

 

Tokyo Soup – Ryu Murakami

img_5821

Se non temete un pugno nello stomaco, immagini forti e riflessioni disturbanti ma oneste sull’animo e la psiche umana: allora va bene, lasciatevi accompagnare da Kenji per le notti di Kabukichou, il distretto dell’intrattenimento a luci rosse (ma non solo), di Shinjuku

Kenji è un giovane ventenne che lavora come guida turistica (senza licenza) nei quartieri a luci rosse di Tokyo. La sua mansione consiste nell’interpretare ed assecondare i desideri dei suoi clienti, in modo tale da poterli accompagnare laddove costoro potranno trovare la soddisfazione dei loro istinti.

A sole tre notti dal Capodanno viene assunto da Frank, un turista americano come tanti se ne vedono, come tanti alla ricerca di sesso ed esperienze esotiche eppure…. fin dal principio Kenji sente qualcosa che non va, non si tratta di un evento od un atteggiamento particolare, nè di una frase o un atteggiamento insolito; tuttavia qualcosa nel nuovo cliente inquieta Kenji. Si tratta solo di paranoia date dal tipo di lavoro ed il naturale atteggiamento verso gli stranieri?

Non c’entra nulla il cadavere fatto a pezzi di una studentessa ritrovato poche sere prima, perchè mai Kenji dovrebbe associare un normale cliente ad un omicidio così efferato? Si tratta solo di un turista dopotutto, e la ragazza trovata a brandelli stava praticando “Enjou Kosai” (una forma di prostituzione particolarmente diffusa tra le giovani giapponesi) per cui nemmeno i media hanno indugiato troppo sulla notizia.

Non c’entrano le banconote sporche di sangue con le quali Frank, il nuovo cliente, paga in uno dei bar. La pelle levigata, lo sguardo annoiato, quella luce nello sguardo che talvolta pare spegnersi come un black out improvviso. Le piccole contraddizioni nei racconti di Frank non sono poi così importanti, dopotutto è un turista e sta pagando: può raccontarsi come preferisce, chi è mai Kenji per giudicarlo fintanto che paga?

Eppure il senso di disagio e paura cresce nella mente della voce narrante e nel lettore, pagina dopo pagina, l’inquietudine che qualcosa di tremendo ed irrimediabile stia per accadere diventa sempre più palpabile.

Si tratta davvero soltanto di paranoia?

Tokyo Soup non è soltanto un racconto giallo violento e brutale di quello che può accadere nelle notti di Shinjuku: è un viaggio ed una riflessione sulla la società giapponese da un punto di vista critico ed arrabbiato eppure rassegnato.

L’importanza delle tradizioni nonostante la miriade di priorità moderne, ed il fatto che esse persistano radicate nella coscienza di ogni individuo giapponese indipendentemente dal suo stile di vita non possono non affascinare. La descrizione dei suoni del capodanno, così come il profumo della zuppa di miso sarebbero normalmente fuori contesto in un libro del genere, eppure il tutto si amalgama in maniera coerente.

 

I soli 3 libri di questo meraviglioso autore pubblicati nella nostra lingua non solo sono fuori ristampa, ma introvabili e particolarmente costosi sul mercato dell’usato.

Tuttavia se li avete in qualche su qualche mensola dimenticata della libreria, se vi capita di intravederli in qualche negozio o bancarella non lasciateveli sfuggire, o quanto meno date loro una possibilità.

Tokyo Soup l’ho trovato usato su Amazon.it, se conoscete l’inglese non sarà invece particolarmente arduo procurarselo.

Infine, mi sento di consigliarlo caldamente a chiunque apprezzi la regia di Takashi Miike: Audition per esempio è tratto proprio dall’omonimo libro di Murakami.

 

Credits:

Fuori catalogo – Non ordinabile

  • Editore: Mondadori
  • Collana: Strade blu
  • Traduttori: Tashiro K., Bagnoli K.
  • Data di Pubblicazione: aprile 2006
  • Pagine: 232

 

Pochi giorni alla partenza

img_5794

Controllo sempre la scadenza anche se dovrei sapere che mancano diversi anni!

 

I giorni che precedono la partenza sono sempre intrisi di mille cose da fare… Ogni volta mi dico che non serve agitarsi, che andrà tutto bene e che se anche dovessi dimenticare qualcosa non mi sto recando su di un’isola deserta bensì in una megalopoli quale Tokyo.
Nonostante le raccomandazioni mi ritrovo comunque in stato di agitazione.
Le giornate si infittiscono di impegni pre e post lavoro, se deve capitare un imprevisto è certo che sarà in questi giorni.
A breve andró a stampare tutte le informazioni importanti di viaggio, dopodiché ho incastrato il parrucchiere (molte donne lo amano, per me è un supplizio, odio i posti in cui sai quando entri ma non quando e come ne uscirai), una seduta dall’estetista, una visita a mia madre (la quale ieri aveva urgenza che le prenotassi un volo per domenica), un incontro con la mia amica del cuore (che gentilmente mi presterà una valigia comoda che preparerei forse domani). Sempre oggi occorre fare un salto in farmacia, ho la prescrizione medica di farmaci senza i quali non potrei nemmeno avvicinarmi all’aeroporto, me lo dico da una settimana ma quando ho i soldi con me non trovo farmacie aperte…e quando non ne ho ovviamente si.

Segue il cambio di portafoglio, lasciare le cose inutili qui ed accertarsi di avere le carte giapponesi ed il passaporto al sicuro.

Ogni tanto butto un occhio all’agendina e controllo lo schedule, mai come quest’anno il Japan Rail Pass sarà stato così ben ammortizzato, il che significa anche che sarò una trottola da un punto all’altro. Si è aggiunta all’elenco dei posti dove andrò anche Fukuoka. Il motivo principale che mi spinge fin laggiù è un concerto, tuttavia ho appuntato diverse cose da vedere sopratutto la sera.

Tutta l’itinerario per queste due settimane si è parecchio infittito, tra il nuovo Gundam Unicorn in movimento e almeno quei cari amici da salutare si rischia di non riuscire a fare un all night come si deve al karaoke!

Il dilemma odierno, riguardando la lista delle cose da mettere in valigia è: cosa fare con il 3DS? Portarlo o non portarlo? So che pare un aggeggio piccolo e poco ingombrante, ma posso assicurare che la borsa di una donna può arrivare a pesi terrificanti ed ogni piccola cosa assume un peso specifico diverso dal normale.

L’orologio non segna nemmeno le 8 mentre scrivo questo articolo, ma sono al terzo caffè, doccia già fatta e mi appresto a mettermi in moto verso il primo impegno.

Ma: sono la persona più felice del mondo. L’ansia, il batticuore, i pensieri svaniranno presto, forse dovrei smetterci di combattere dal momento che ogni volta si ripete la medesima situazione. Inoltre a fine ottobre partirò nuovamente, si rischia di entrare in un loop che vorrei evitare. Non sono mai partita|ripartita a così breve distanza, ne farò un esperimento personale e vaglierò i miei stati d’animo con curiosità! Chissà, magari il 27 ottobre sarò la persona più tranquilla mai esistita.

Iniziare a curiosare tra gli scaffali

img_4628

Quando ci si innamora succede che si vuole conoscere tutto di quella persona che ci ha stregato il cuore, giusto?

Lo stesso accade quando capiamo di amare un posto o semplicemente iniziamo ad interessarcene, quasi senza rendercene conto intraprendiamo ricerche.

Non saprei dire quando ho cominciato ad interessarmi alla cultura Nipponica, forse è iniziato da bambina guardando i primi anime che venivano trasmessi sulle reti private tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, mi incuriosivano quei simbolini strani al termine di ogni episodio ( つづく lo ricordate anche voi?) e alcune sigle che venivano cantate in una lingua che sicuramente non era italiano, ma da bambini non era poi così importante.

E per coltivare quella bambina non ho mai smesso di guardare ed amare quei disegni che mi danno tutt’oggi numerose emozioni; tuttavia sono una persona curiosa, pertanto quando ancora internet non era in ogni casa degli italiani ed i social non esistevano ho scoperto in edicola che esistevano addirittura dei fumetti che ripercorrevano quelle storie che tanto mi affascinavano.
(Se penso che acquistai il primo numero di Bastard edito da Granata Press e che ad oggi Hagiwara non ha ancora terminato la sua opera sono indecisa tra una risata ed un pianto, ma questa è un’altra storia)

Dai primi manga…ai primi libri è stato un salto velocissimo, un pò perché amo leggere e ho la fortuna di essere abbastanza veloce nel farlo, un pò perché la curiosità spinge a saperne sempre di più ed io volevo leggere qualcosa che andasse al di là delle storie a fumetto.

Pur non annoverandola più tra le mie autrici preferite, Banana Yoshimoto conserverà sempre un posto speciale nel mio cuore e nella libreria. E’ stata infatti il primo spiraglio letterario verso l’Oriente. In quegli anni leggevo e rileggevo i suoi libri e controllavo mensilmente in libreria nella speranza che nel frattempo fosse stato editato qualcos’altro.

Ad oggi Tsugumi, Sonno Profondo, Amrita e il racconto breve al termine di Kitchen – Moonlight Shadows- rappresentano letture che consiglio caldamente a chiunque, che si apprezzi o meno una determinata cultura.
Sopratutto Sonno Profondo mi aveva affascinato terribilmente, nonostante siano passati anni il racconto della donna il cui lavoro consiste nel vegliare sull’altrui sonno mi aveva ammaliata; Shiori infatti usava giacere in un grande letto a baldacchino accanto a chi ne richiedeva (sotto compenso) la sua presenza; Il suo compito era di condividerne il sonno, ma dopo un’intera notte sentiva di aver trasportato e in qualche modo condiviso le tenebre delle anime inquiete dei suoi clienti.

Pensare che esiste un paese dove sia possibile un mestiere del genere è strabiliante. Non voglio fare la recensione di un libro che consiglio perché non credo di esserne all’altezza, tuttavia per chi ha un rapporto diverso con il sonno ed il buio è indubbiamente una lettura interessante nella sua semplicità.
Banana Yoshimoto racconta qui con naturalezza anche i sentimenti più complessi, i dialoghi sono essenziali, come del resto molto delle conversazioni private tra giapponesi: tolti i fronzoli dei rapporti formali quello che rimane da dirsi può essere veramente ridotto a poche ma esaustive parole.

La freschezza che portano con se i primi libri editati di quest’autrice mi fa ancora sorridere e sospirare, proprio qualche giorno fa li ho ripresi in mano e sfogliati. Se anche negli anni ho trovato scrittori a me più congeniali, questo non significa che chi ci ha preso per mano inizialmente debba essere dimenticato o accantonato. Mi rendo conto che a volte il tempo è tiranno e sembra quasi una perdita dello stesso rileggere qualcosa che ha già occupato le nostre ore in passato, ciò malgrado se abbiamo provato un’emozione piacevole una volta, perché non rischiare di farcene nuovamente accarezzare?

Cercando sul web i link dove eventualmente acquistare i libri di cui accennavo, mi sono imbattuta in un testo che non conoscevo ma che mi incuriosisce molto: “ I Viaggiatori della Notte”, peccato sia disponibile soltanto in formato digitale e non cartaceo. Amo il profumo della carta stampata e non sono ancora riuscita ad arrendermi ai vari lettori digitali disponibili sul mercato. Ma voglio provare a leggere anche questo, pertanto a breve può essere che io scriva ancora di Banana Yoshimoto, magari prima di dilungarmi con colei che adoro più di ogni altra.

Non smetterò mai di curiosare tra gli scaffali, talvolta senza nemmeno sapere cosa cercare. E’ proprio così che a volte un nome, un colore, un profumo ci attraggono e si aprono nuovi mondi e visioni. Non si conosce mai a fondo un paese, una cultura, un popolo, nemmeno quello al quale apparteniamo; figuriamoci quanto possa essere difficile approcciarsi ad un sito così distante sotto tanti punti di vista. Amo ed odio allo stesso tempo così tanti aspetti del Sol Levante, e nonostante questo ho sempre fame di sapere, vedere, scoprire, toccare.

Ho sempre creduto che leggere sia la prima porta verso una nuova cultura, è quella più semplice ed economica; ci permette di entrare discretamente, in punta di piedi. Sull’autobus mentre andiamo al lavoro, in coda al supermercato o alle poste, la sera per conciliare il sonno. Minuti preziosi che possono essere riempiti trasportandoci con delicatezza nella vita di qualcun altro.

Qualche minuto lo abbiamo tutti.

Di seguito i link:
Sonno Profondo: https://www.amazon.it/SONNO-PROFONDO-Banana-Yoshimoto-ZCG19/dp/B0098MPO4I/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1500998121&sr=8-2&keywords=banana+yoshimoto+sonno+profondo
Tsugumi: https://www.amazon.it/Tsugumi-Universale-economica-Banana-Yoshimoto-ebook/dp/B00B1WDDXM/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1500998828&sr=8-1&keywords=banana+yoshimoto+tsugumi
Amrita: https://www.amazon.it/Amrita-Banana-Yoshimoto/dp/8807815206/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1500998854&sr=8-1&keywords=banana+yoshimoto+amrita

Il giorno della Partenza

Passata l’adrenalina del giorno in cui acquisto il biglietto, terminata non soltanto la lista di cosa mettere nei vari bagagli ma anche l’onere di farli,  non resta che attendere l’ora X nella quale uscire di casa.

Sin da bambina i viaggi mi hanno sempre emozionata al punto tale di non riuscire minimamente a dormire durante la notte precedente, e non ha mai avuto importanza il fatto che si trattasse di una vera e propria vacanza o di una semplice gita di un giorno al parco acquatico.

A maggior ragione se si tratta del Viaggio dell’Anno, anche qualora riuscissi a prendere sonno mi ritrovo comunque in piedi alle 5 della mattina pronta per accendere la macchina dell’espresso (il primo di una lunga serie), seguito immediatamente da sigaretta e 20 gocce di Xanax.

I tranquillanti non vanno in conflitto, servono soltanto a placare l’ansia da volo. Già, io sono immensamente terrorizzata all’idea di volare. Non mi piace, ho sempre la paura di qualche catastrofe imminente e il mio unico obiettivo della giornata, a parte pranzare dopo il check in è quello di rimanere inscosciente per quelle 12 ore di sospensione. Quindi le prime 20 gocce di Xanax mi servono a placare l’eventuale tachicardia in agguato.

Dopodichè la prova valigia: provo a sollevarla per capire se sarò in grado di trasportarla agevolmente per le strade di Kabukichou una volta arrivata per rendermi conto puntualmente che no, è troppo pesante: ne segue apertura e sfoltimento fino al raggiungimento dei 19 kg che so essere in grado di trasportare. Perchè non pesarla la sera prima? Ci penso ogni volta, ma sono un’ottimista per natura e pertanto convinta di averla preparata come si deve. Nella mia vita non ci sono mai riuscita… ma perchè perdere l’ottimismo?

Segue fotografia della combinazione (è a prova di ladruncolo improvvisato ma io non sono brava nel ricordare i numeri) e seconda colazione al bar sotto casa.

Voi vi fate belli per i viaggi? Talvolta guardo le immagini di chi si appresta a partire, selfie splendidi e trucco impeccabile, tanta invidia da parte mia che non vado oltre alla crema idratante, un cappello e gli occhiali da sole.

io

Partenza del 2016…ma tanto parto sempre vestita uguale.

Da casa mia si potrebbe raggiungere comodamente l’aeroporto di Malpensa con il trenino, velocemente e senza intoppi dovuti al traffico, acquistando comodamente il biglietto on line e tante altri aspetti positivi.

A me piace il Malpensa Shuttle, il bus che parte dalla Stazione Centrale, pertanto prediligo la strada più lunga e perigliosa, anche perchè adoro fermarmi a bere un caffè alla “modica” cifra di 2 euro seduta ai tavolini del bar Motta sul Piazzale della Stazione, proprio di fronte ai bus.

Arrivata in aeroporto seguono altre 20 gocce di tranquillante a scelta tra Lexothan e Valium (di norma Valium, il lexothan è dolce e mi piace quindi tendo a tenerlo per ultimo) mentre pranzo in quello che io definisco “il Nessun Dove” senza che Neil Gaiman ne abbia a male. Una volta fatto il check in (dove mi devo accertare almeno due volte di non avere assolutamente il posto vicino al finestrino) e passati i controlli doganali amo pranzare in quella sorta di limbo, mi da la sensazione di essere in una terra di tutti e di nessuno, come sospesa, si tratta di un punto di vista molto personale e difficile da spiegare, ma è come se tutto il mondo fosse in qualche modo esterno; forse il termine “sospensione” è quello che più si avvicina allo stato d’animo che mi appartiene in quel momento.

Una volta salita a bordo e occupato il mio posto lato corridoio (mi terrorizza l’idea di svegliarmi e scorgere il panorama oltre il finestrino, concretizzerebbe maggiormente il pensiero del volo e mi manderebbe in panico) mi allaccio stretta la cintura di sicurezza e chiedo gentilmente al personale di bordo un bicchiere d’acqua al fine di buttare giù le ultime 20 gocce che mi abbatteranno definitivamente.

ronf.jpg

Scattata a tradimento

Volare in mia compagnia non è piacevole.

Sebbene i farmaci mi tramortiscano rendendomi un’ameba ci dev’essere una parte di me estremanemte molesta e fastidiosa. Soffro di un lieve disturbo del sonno che spesso mi fa parlare a caso, inoltre russo e, lo ammetto… nelle fasi di sonno profondo tendo a sbavare un pò, sopratutto se ho preso delle gocce. Inoltre nei rari momenti in cui sono cosciente reclamo cibo, possibilmente un biscotto Grisbì alla nocciola; ma spesso lo reclamo anche nel sonno. Inoltre nonostante io dorma per quasi 13 ore ininterrottamente riesco a fiutare il carrello del pranzo o della merenda ancora prima che si affacci al corridoio. Non so come sia possibile, eppure capita che io apra gli occhi all’improvviso e fiuti l’aria suscitando lo stupore di chi mi sta di fianco e si domanda come possa io svegliarmi esattamente un minuto prima del pasto. Non lo so effettivamente, dev’essere una compensazione di poteri magici che bilancia il mio senso dell’orientamento.

Inutile dire che dopo aver mangiato prendo altre 10 gocce e torno nella mia fase rem.

In volo non bevo caffè (13 ore senza caffè, non dico altro), nemmeno tè od altre bevande contenente caffeina come la Coca Cola, solo succo di frutta e acqua. Questo perchè sono una fumatrice e ciascuna delle bibite sopra elencate richiamerebbe una sigaretta che non potrei concedermi.  Pertanto niente atti masochistici, si torna a dormire sereni fino all’atterraggio.

Sono una di quelle che seppur non batta le mani ad atterraggio avvenuto dentro di se scatena un applauso scrosciante!  Non appena sento le ruote dell’apparecchio posarsi sulla terra ferma ringrazio tutte le divinità di tutti i credi e tutto l’effetto narcotizzante si vaporizza.

Di norma si arriva a Tokyo in mattinata, tra le 9 e le 10 con i voli diretti. Ormai conosco bene Narita, fingo di non sapere nemmeno una parola di giapponese durante i vari controlli, altrimenti si insospettiscono e fanno mille domande alla vista dell’ennesimo timbro sul passaporto:  l’ultima volta mi hanno chiesto di esibire la prenotazione dell’alloggio ove sarei stata ospitata, ero talmente rintronata che ho mostrato loro la prenotazione di un concerto.  Ultimamente mi chiedono se sono per lavoro, studio ecc. Rispondete sempre con un Holiday e non sbaglierete.  Diverso invece il controllo quando si tratta di lasciare il paese del Sol Levante, non vedono l’ora che si levino le tende e normalmente non fanno domande.

A questo proposito mi domando cosa mi diranno a fine ottobre. Già, perchè il mio prossimo viaggio sarà a metà settembre per 2 settimane, poi un mese a Milano e successivamente si riparte per un altro mese. Mi chiederanno se ho dimenticato qualcosa…. in tal caso risponderò di si.

Una volta arrivata nella zona relax indovinate un pò: caffè e poi via verso la smoking area dopo aver settato il wi-fi dell’aeroporto.

machi

La prima vending machine di Narita

A tal proposito sappiate che è facilissimo: abilitate il wifi, aprendo una qualunque finestra del browser comparirà una schermata in giapponese, in alto a destra scritto piccolo piccolo troverete “english”, da lì date due volte l’ok e sarete collegati perfettamente.

In merito invece alla smoking area di Narita: la prima volta mi ricordo che corsi fuori convinta di ritrovarmi sul marciapiede con altri dodici tabagisti reduci da astinenza forzata….. e invece il nulla. Nessuno, solo taxi e pullman. Nemmeno un posacenere. Al che bisogna guardarsi intorno e…. come per magia si scorgeranno 2 gabbiotti, uno a destra ed uno a sinistra di circa 2 metri per 4.

Ma le smoking area meritano un post dedicato, probabilmente il prossimo!

Sono arrivata, non resta che scegliere se spendere 3500 yen per raggiungere il cuore di Tokyo in poco più di un’ora o spenderne 1000 e metterci un paio d’ore.

 

 

 

Un biglietto per Tokyo

suit2

Devo partire leggera… e lo zaino è quasi vuoto.

Ogni volta che acquisto un biglietto per Tokyo mi ritrovo con le lacrime agli occhi subito dopo aver ricevuto la mail di conferma dalla compagnia aerea di turno.

Ogni volta, già, nonostante i 7 timbri già impressi sul passaporto… ogni qualvolta il nuovo viaggio si concretizza l’emotività prende il sopravvento.

Le ore che precedono il fatidico “click” spesso sono agitate, con quella sensazione elettrica nell’aria, non ne capisco mai appieno il motivo e quando accade non ho nemmeno ancora guardato le offerte del giorno; semplicemente mi risveglio così: con una leggera tachicardia che non definirei tuttavia negativa. I giapponesi forse userebbero il modo di dire “waku waku”, che per quanto difficilmente traducibile rende bene l’idea come onomatopeica. In quelle ore c’è qualcosa di diverso, inappetenza e tanta, tanta voglia di caffeina. E dopo una tazza di caffè nero bollente con totale noncuranza finisco su un portale di viaggi mettendo il solito “Milano – Tokyo” e delle date plausibili, magari nel frattempo sto fumando la mia Chesterfield rossa alla finestra e non sono ancora totalmente sveglia, semplicemente ho già sfogliato twitter e facebook, visto le news ed ancora intorpidita mi imbatto in un “Milano – Tokyo” 476 euro.

Controllo meglio, pensando si tratti del solito volo con 4 scali per un totale di 72 ore.

No, si tratta di un diretto. Preparo una seconda tazza di caffè, mando lo screenshot della schermata a chi mi conosce bene e accendo il computer. Da qui il passo è veramente breve: essenzialmente organizzativo ma il modo si trova, si insomma era in preventivo no? A questo prezzo meglio approfittare subito, te li anticipo io, lascio la carta di credito a casa, non preoccuparti sulla postepay ci sono.

La giornata prosegue con dosi massicce di caffeina, forse troppa, ma l’adrenalina ne chiama altra ed il batticuore non ha voglia di indugiare nemmeno se male non farebbe, anzi. Ci si deve vedere, parlare, anche se non si partirà insieme, si deve pianificare, guardare le date, cercare case, e sopratutto…. devo avere gli auricolari ben inserite ed ascoltare la mia Voce preferita qualsivoglia tragitto io stia percorrendo. In questa giornata non soffro l’autobus e non ho fretta, i semafori non mi turbano, le biciclette sul marciapiede che suonano il campanello posso anche lasciarle passare, il moccioso che urla come un aquilotto abbandonato sul tram è messo a tacere dai decibel sbloccati del mio lettore mp3 e si…. la mia soglia di tolleranza verso il prossimo si alza a livelli tali da farmi risultare quasi simpatica se non mi si conosce da troppo tempo.

Ho sempre l’agenda con me, adoro gli organizer che acquisto di volta in volta a Tokyo e finisco con il riempire quasi tutte le pagine, ma la cosa che amo di più è fare l’elenco di cosa inserire in borsa, bagaglio a mano e valigia.

Borsa: passaporto, portafoglio italiano, portafoglio giapponese contenente yen avanzati dal viaggio precedente (di norma pochi… il più delle volte si tratta di spiccioli ma se ho i 100 yen per il primo caffè una volta atterrata posso già ritenermi soddisfatta), caricabatterie del telefono, documenti di viaggio, mascherina coprente per gli occhi, xanax, valium, lexothan, sigarette, accendino, una bambola.

Bagaglio a mano: Pantoufle (un coniglio di pelouche di medie dimensioni), cuscino poggiatesta, computer, caricatore pc, console portatile e relativo caricatore (che puntualmente non accendo quasi mai, tuttavia se la lasciassi a Milano si rivelerebbe poi indispensabile, quindi la porto sempre!)

La mia lista è la medesima ogni volta, indipendentemente dalla stagione, eppure sento il bisogno di stenderla ogni volta, forse è ciò che rende concreto il pensiero.

C’è poi la lista dei regali da portare…. e questa ahimè si che varia ogni volta. Tendenzialmente si allunga di viaggio in viaggio poichè se inizialmente non conoscevo nessuno (e tuttavia avevo uno zaino di regali per la Voce), ormai un pò di contatti li ho, pertanto oltre alla lista di cosa portare segue la lista degli amici da incontrare e cosa fare con loro. Sembrerà eccessivamente meticoloso tutto questo, ma se c’è una cosa che ho imparato dai miei amici oltreoceano è proprio l’importanza della pianificazione. Magari non nei dettagli minuto per minuto, ma dal momento che quella che per me è una quasi vacanza per loro è una giornata/serata/nottata ritagliata da massacranti turni lavorativi: è una forma di rispetto stabilire la data ed il luogo con un discreto anticipo e sopratutto rispettarla.

Tornando alla giornata dell’acquisto del biglietto invece…. normalmente si conclude con una (qualche) birra alle colonne di San Lorenzo, perchè va celebrata. Tendo a celebrare molti eventi, lo ammetto, ma il biglietto che mi farà fare scalo a Narita verso le 10 della mattina è qualcosa che non mi permette di tornare semplicemente a casa dopo una giornata di lavoro. Vuole di più… e tendenzialmente quella notte non riesco nemmeno a dormire. Come? L’eccessiva dose di caffeina assunta durante la giornata che si fa sentire? Nah… spesso bevo un caffè dopo cena e non ho nessun disturbo del sonno.