L’isola dei Naufraghi – Natsuo Kirino

Ci sono libri che, appena li chiudi, lasciano addosso un senso di spaesamento, come se la terra sotto i piedi non fosse più così solida. L’isola dei naufraghi di Natsuo Kirino è uno di questi.

La trama parte da un presupposto semplice e archetipico: Kiyoko e Takashi finiscono su un’isola deserta. All’inizio sembra la classica lotta per la sopravvivenza, ma con l’arrivo di altri naufraghi – un gruppo di giapponesi e uno di cinesi – l’isola diventa un microcosmo inquietante dove civiltà e barbarie si confondono.

Il punto più forte del romanzo è proprio qui: Kirino riesce a trasformare l’isola in uno specchio deformato della società contemporanea.

I cinesi organizzano, costruiscono, resistono. I giapponesi, al contrario, scivolano nella noia, tra rituali inutili ed ossessioni per dettagli futili. Nel mezzo, la figura di Kiyoko (unica donna presente sull’isola) diventa centro di desiderio e potere, corpo sacro e merce contesa. Una “regina” fragile e terribile allo stesso tempo, che porta l’isola a gravitare intorno al suo destino.

Ho amato la capacità di Kirino di descrivere questo processo senza sconti: la sua scrittura non giudica, non consola. Mostra e basta, con quella lucidità che fa male. Le scene sono vive, materiche: la giungla che incombe, i corpi scorticati dal sole, la fame che diventa rituale. L’isola è un personaggio vero e proprio, respira e divora con i suoi silenzi.

Se nei suoi romanzi più noti (Le quattro casalinghe di Tokyo, Grotesque) Kirino indaga la crudeltà nascosta nel quotidiano, qui la porta all’estremo: cosa resta quando le regole della società svaniscono? La risposta non è mai rassicurante. È un affresco disturbante ma magnetico, che non permette indifferenza.

Non tutto è perfetto: alcuni passaggi si allungano, e la struttura a tratti sembra perdere di tensione. Ma anche in quei momenti la forza visionaria dell’ambientazione tiene incollati. È un libro che non si legge per “intrattenersi”, ma per essere morsi.

Consigliato per chi ama le storie che mettono a nudo l’essere umano, per chi non ha paura di sentirsi a disagio, e per chi cerca nella narrativa non tanto la perfezione, quanto l’intensità.

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